nello specchio di Mabel

la letteratura viva – riflessioni sulla scrittura di e con Marco Tornar

Casa d’autore a Capestrano (AQ) dedica uno spazio a Marco Tornar

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Il 10 settembre a Capestrano nasce la Casa d’Autore, “uno spazio dove sarà possibile incontrare artisti contemporaneni e ritrovare i volti di quelli passati: non un museo ma un luogo da vivere”, che conterrà documenti storici, foto, testi, opere d’arte di autori del mondo e d’Abruzzo.
Uno spazio sarà dedicato a Marco Tornar.

L’intervista a Massimo Pamio e Sabatino Ciocca su TGR Abruzzo 5 settembre ore 14:00

video 15′ link www.rainews.it

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Festival Pergolesi Spontini: un omaggio a Federico II

Pubblichiamo di seguito, sicuri che Marco Tornar avrebbe apprezzato

Fonte: teatro.it

Si inaugura questa sera a Jesi il XVI Festival Pergolesi Spontini dedicato al grande imperatore nato nella città marchigiana con una grande festa in piazza ideata da Franco Dragone.

Festival Pergolesi Spontini: un omaggio a Federico II
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Si inaugura questa sera a Jesi il XVI Pergolesi Spontini Festival dal titolo Vento di Soave. Papi, imperatori, armi e amori sotto l’aquila sveva per poi proseguire fino al 25 settembre con opere e concerti. “Vento di Soave”: la citazione dal Paradiso di Dante dichiara l’omaggio alla stirpe degli Hohenstaufen, alla quale appartenne Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Sicilia, nato a Jesi nel 1194.

Percorrendo l’albero genealogico di Federico, spettacoli e concerti evocano i personaggi della sua famiglia: suo padre Enrico VI è tra i protagonisti di Agnes von Hohenstaufen, il capolavoro di Spontini; sua madre Costanza d’Altavilla “che del secondo vento di Soave / generò ‘l terzo e l’ultima possanza” si racconta ne Il volo dell’aquila; a suo nonno Ruggero II riportano le liturgie per la Cappella reale di Sicilia e la vicenda di San Guglielmo, Duca d’Aquitania che sostiene l’Antipapa Anacleto II contro il legittimo Papa Innocenzo I. Suo figlio Enzo è il protagonista della giovanile opera di Respighi; l’altro figlio Manfredi appare, insieme con un’ipotetica sorella di madre musulmana, ne La Saracena, libretto incompiuto di Wagner. Nell’età compresa tra il Barbarossa e il secondo Federico, cavalieri, trovatori e clerici vagantes cantano canzoni, e tra esse i Carmina Burana, che Carl Orff rese famosi nel XX secolo; le laudi francescane dei “joculatores domini” chiamano in causa un frate assai vicino all’Imperatore, Elia da Cortona, compagno e successore di San Francesco.

Teatri storici, piazze, chiese e chiostri di Jesi e di altri Comuni (Maiolati Spontini, Monsano, Montecarotto, Castelbellini, Cupramontana, Loreto, Ostra, Serra de’ Conti) si riempiono di musica, in un viaggio che copre lo spazio temporale tra il XII secolo e i giorni nostri: il repertorio sacro e profano dei secoli XII e XIII sotto gli alberi di Serra de’ Conti e di Castelbellino, i capolavori pergolesiani nel settecentesco Teatro Pergolesi a Jesi e sotto le volte della Basilica di Loreto, le pagine dell’Agnese nel cortile della casa di Spontini nella natìa Maiolati, il Re Enzo di Respighi nell’elegante architettura della chiesa di San Floriano oggi Teatro Moriconi a Jesi, La Saracina di Wagner – divenuta cunto di pupari siciliani – nel teatro di Montecarotto, Il volo dell’aquila nella piazza jesina dove l’imperatore è nato e dove si attende l’inaugurazione del nuovo museo dedicato a lui.

Il volo dell’aquila. Di come Costanza Imperatrice diede al mondo il figlio Federico è una festa teatrale di Franco Dragone con voci, cori polifonici, strumenti elettronici, artisti di circo contemporaneo e campane su drammaturgia di Vincenzo De Vivo e musica di Fabrizio Festa, in scena in prima esecuzione assoluta questa sera alle 21 in piazza Federico II a Jesi, commissionata dalla Fondazione Pergolesi Spontini.

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Ornella Fiorentini dedica a Marco Tornar Diamanti-Poesie di Resurrezione

 

ornella fiorentini diamanti poesie di resurrezioneNell’intervista a Ravegnana Radio (aderente a Radio Vaticana) del 2 novembre 2015 Ornella Fiorentini
parla di Marco Tornar, a cui dedica la sua silloge edita da Tabula Fati Diamanti-Poesie di Resurrezione. Il libro è stato premiato con il
premio della critica al 7° concorso letterario internazionale La
Pergola Arte di Firenze il 31.10.2015.

 

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Se muore un poeta…di Elena Macellari

Fonte: http://wsimag.com/
24 luglio 2015

Marco Tornar

Marco Tornar e le scrittrici anglo-fiorentine del XIX secolo

La mattina dell’8 febbraio 2015 muore stroncato da un infarto improvviso Marco Tornar, poeta, scrittore e musicista. E’ arduo descrivere i tratti, la personalità, lo stile, la forza vitale che animavano tutto quello che faceva. La relazione con l’altro e con la vita ha costituito in lui la modalità per confrontarsi e declinare il suo talento di poeta e artista dalla scrittura raffinata e ricercata nel lessico e nella forma.

Innumerevoli gli scrittori, i poeti, gli artisti e gli amici con cui aveva intessuto legami forti, importanti e duraturi; il vivido interesse e la curiosità per gli accadimenti del mondo e per il senso più recondito della vita lo rendevano prolifico di idee, progetti, avventure culturali, che avevano sempre un esito straordinario. Il suo fine ingegno e quella capacità tutta sua di tenere alto il livello delle relazioni, di far scaturire il meglio di sé e delle persone che amava e stimava, una sorta di eutrapelia, non possono dissolversi con la sua dipartita materiale dal mondo. Marco era già disincarnato e il suo stare nel mondo era un vivere sospeso, percettivo, di quell’anima mundi, di quel genio dei luoghi che visitava, tale da profondere intorno a sé un aura remota e futura, fuori del tempo.

Lo stupore che provava per la natura in tutte le sue forme lo restituiva caparbiamente con la leggerezza e la forza di un virgulto. Irrompeva tramite la parola nelle chiacchiere vuote e banali con la semplicità geniale di un eterno ragazzo, stupito e attonito di fronte al lucido disincanto degli uomini avvezzi al mondo. A lui e alla sua poetica, al suo innocente amore per tutto il femminino, che seppe descrivere e sviscerare prudentemente nel più intimo significato ancestrale, dedico una giornata, il 24 Ottobre prossimo, a Firenze in un luogo di estrema bellezza: Villa Bardini. Qui studiosi e studiose del giardino e scrittori, musicisti e poeti si riuniranno per un pomeriggio e un concerto finale. Con un auspicabile tour alla Villa I Tatti, sede della Harvard University Centre for Italian Renaissence Studies di Firenze.

Quali sono le tematiche, i personaggi che catturano la fantasia di Marco Tornar, giovane aspirante poeta, diplomato in pianoforte? Me ne racconta, durante una passeggiata all’ombra delle alberature di un orto botanico, quello di Padova, città dove da poco si è trasferito, l’amico suo più intimo fin dall’infanzia, anche lui artista e scrittore. Mi dice che lo conobbe fortuitamente leggendo un piccolo libricino di poesie, che a soli 17 anni vide a casa di amici, appena pubblicato da Tornar: Il segreto (Arte della stampa, Pescara, 1981).

Tornar, nome di penna (si era dato il suo secondo nome Marco e il cognome della madre) faceva parte del circolo di poetesse e poeti pescaresi, Daniela Quieti e Nicoletta Di Gregorio, assieme all’editore teatino Massimo Pamio, con i quali condivise un’avventura avanguardista alla fine degli anni Settanta, il Gruppo Jarry, nel lontano 1978. Nella poesia si era buttato a capofitto, ma dopo diverse pubblicazioni che gli portarono riconoscimenti a livello italiano con case editrici importanti, come Jaca Book con la raccolta La scelta e con La furia di Pegaso: poesia italiana d’oggi, entrambe del 1996, il suo lavoro subisce una battuta d’arresto. E’ attanagliato dal disincanto e rompe con il gruppo di amicizie romane di scrittori e poeti che frequentava, anticipando quella crisi della poesia che di lì a poco avrebbe risentito anche l’editoria e di cui ancora oggi vediamo gli ultimi contraccolpi. Di questi giorni la notizia che sono in chiusura numerose collane dedicate alla poesia per motivi di riassesto economico anche all’interno di note case editrici.

Il suo iniziale afflato verso poeti romantici come Shelley, Byron e Browning approda alla prosa e alla traduzione di autori e autrici anglosassoni, cultori ed estimatori della cultura europea, protagonisti indiscussi del nuovo rinascimento della cultura italiana, quando, come veri insider, diventano parte integrante dello scenario culturale del XIX secolo tra Roma, Firenze e Venezia. La predilezione dello scrittore è verso quel folto gruppo di espatriati che oggi ha nomi altisonanti nella storia della letteratura anglosassone, ma che al tempo stentò a trovare una collocazione nello scenario letterario e poetico, in quanto detrattori del nuovo incessante progressismo e della modernità americana e anglosassone.

Affascinato da Henry James, dal quartetto Shelley, Byron e dalle rispettive compagne, le geniali scrittrici e sorellastre, Mary Woolstoncraft e Claire Clairmont, si getta nella traduzione e nello studio di questi classici che diventano quasi il mondo reale. Lasciando la poesia – il suo baluardo contro la crudeltà del quotidiano vivere – approda in un’isola felice, quella compagine di intellettuali che si staccano da una “certa America” per intingere la loro penna nell’arte e nei paesaggi italiani: gli anglo fiorentini. Oltre alle traduzioni di Henry James (1843 –1916), un autore che amava particolarmente, si appassiona, anzi viene letteralmente rapito da personalità che circuitano in quel bel mondo di intellettuali, connoisseurs, critici d’arte e di letteratura, che post mortem, anche grazie a lui, hanno ripreso a vivere con le sue traduzioni e i romanzi che loro ha dedicato.

La prima tra tutte le figure femminili di cui si era letteralmente invaghito – lui stesso ammetteva i suoi innamoramenti ineluttabili – è Claire Clairmont (Solfanelli, 2010) che diventa così reale e incarnata, attraverso la scrittura del romanzo omonimo per la prima volta a lei interamente dedicato, da considerarla una fidanzata virtuale. Ne fa un ritratto che riporta in vita la personalità assolutamente indimenticabile di una donna segnata dalla nascita di Allegra, figlia di Lord Byron. Quest’ultimo ritenendola pazza non le permise di vederla se non in rarissime occasioni. Allegra per sempre (Tabula Fati, 2011) sarà un monologo drammatico, che andrà due volte in scena: a Bentivoglio e ad Este, in cui l’autore racconta come una donna può incontrare la follia se privata della propria unica figlia.

Sempre su Firenze – dove visse Claire Clairmont (1798 –1879), secondo il racconto fatto a Henry James dal fratello infermo di Vernon Lee, scrittrice inglese anche lei espatriata in Italia con la famiglia, da cui il noto romanzo Il carteggio Aspern che James ambienta però a Venezia – si sofferma la ricerca assidua e tormentata di Marco Tornar che anche per la seconda eroina dovrà faticare per collocarla sia a livello biografico sia per le ardue traduzioni delle sue memorie europee: Mabel Dodge Luhan (1879 –1962). Di lei riuscì a trovare anche la magnifica dimora, oggi un condominio, ma rimasta ancora con i segni degli interventi voluti da lei e il marito architetto. Americana figlia di banchieri amò l’arte e il rinascimento italiano tanto da condurre a Firenze, a Villa Curonia, sulle colline di Arcetri, una vita dedita all’arte, secondo uno stile teatrale, come poche altre anglo-fiorentine tanto da ingraziarsi il più noto conoscitore d’arte Bernard Berenson, che viveva a Villa I Tatti.

Insieme a Marco scopriremo l’opera d’arte più interessante della collezionista d’arte newyorkese che proprio a Firenze costruirà uno dei giardini neorinascimentali più rigorosi anticipando una moda poi suggellata dal paesaggista maggiormente in voga del primo Novecento: Cecil Pinsent (1884 -1963). Il suo romanzo biografico Nello specchio di Mabel (Tracce, 2011) restituisce uno spaccato della vita fiorentina della upper class europea, durante l’epoca d’oro per la letteratura e le arti in Europa: il Liberty.

E con lei Marco Tornar non si ferma perché la sua attività di traduzione e ricerca è frenetica e costante – “la mia vita è una traduzione” mi confessava dopo notti insonni – si dedica a Kate Field – traduce con Tabula Fati (2012) Gli estremi si incontrano – e poi a Francesca Alexander (1837-1917), giornalista, conferenziera, autrice prolifica e attrice, e ancora a Vernon Lee (1856-1935) l’indomabile ed erudita scrittrice, italiana di adozione, che metteva in soggezione anche il supponente James, di cui proposi di tradurre Antichi giardini italiani (Tabula Fati, 2013), un saggio inedito per l’Italia, dopo una visita in cui lo portai a Villa il Palmierino sulle colline fiorentine, e infine a Constance Fenimore Woolson (1840 –1894) scrittrice e poetessa americana, a cui si dedica in quanto deliziosa e talentuosa – era la più dolce e tenera delle donne, piena di intelligenza e comprensione, dirà H. James – completamente dedita alla letteratura che non ebbe mai la felicità di essere corrisposta, come avrebbe desiderato, dall’amatissimo Henry James. A lei dedica la traduzione di alcune sue riflessioni poetiche su Venezia prima di suicidarsi, Visioni Veneziane (Tabula Fati, 2014).

L’ultima sua fiamma è Clare Benedict (1870–1961) niente altro che la nipote amatissima di Fenimore Woolson, una donna girovaga che insieme alla madre Clara Woolson Benedict e poi con la zia “Connie” visse solo alloggiando in alberghi di lusso in tutta Europa; molto facoltosa amante dell’arte e della letteratura fu filantropa soprattutto per sostenere gli scrittori emergenti attraverso una fondazione, la James Fenimore Cooper Stipendien-Fonds, e donò tutta la sua biblioteca al Cimitero Acattolico di Roma, contribuendo anche a restaurare il giardino rimasto in abbandono dopo la Seconda guerra mondiale. Di lei Tornar aveva una stima smisurata per la sua autonomia, le idee politiche e le voleva dedicare un volume di racconti che aveva tradotto. Mi chiese un parere sul titolo e decidemmo per L’ombra degli alberi e poi come altre volte di scrivere un saggio sul tulipano che portava il nome della scrittrice Tulipa eichlerii ‘Clare Benedict’ …lo scrissi ma era troppo tardi… Qui riporto una delle sue prime poesie – dal volume La scelta – che ricalca l’essenza del suo grande amore per la vita.

Dedica

Dei nostri incontri non parlerò a nessuno.
Né alle streghe né al vento
né a questi anni pieni di luce e di pazzia.
Nessun colore imbratterà quel bianco
dove ci siamo conosciuti, con gli occhi lieti
e la semplice magia di tutti i sogni. «Ma qui vicino
c’era la sorgente dell’acqua…». Ogni lanterna
sarà la nostra casa, la nostalgia che assiste
come fiocchi di neve
il silenzioso ferirsi della goccia sul viso. E nella casa
ho visto nello specchio una candela
la melodia che sale, il vino, quei profili di porpora
che guardano lontano
verso vangeli sconosciuti, un’amicizia.
Poi, le mille strade di un mattino.
Come quando, colmi di affetto e di tristezza,
stringendo in mano un segno della vita
camminiamo sotto altari di pioggia
mentre appare, dal niente, una parola.

(Marco Tornar)

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Santa Sunniva e gli uomini di Selje: due racconti di Sigrid Undset di Piero Vassallo

Fonte: http://pierovassallo.blogspot.it/2015/06/santa-sunniva-e-gli-uomini-di-selje-due.html

Santa Sunniva e gli uomini di Selje: due racconti di Sigrid Undset

Nazione sovrana dal 1905, anno in cui ottenne l’indipendenza dalla Svezia, la Norvegia vanta una letteratura, il cui alto valore è dimostrato, oltre che dalla fama di un geniale interprete della filosofia di Kierkegaard, quale fu Erik Ibsen, dall’assegnazione del Nobel a tre narratori, Bjornstejerne Bjornson, Knut Hamsun e la cattolica Sigrid Undset (1882-1940).
Undset fu autrice degli splendidi racconti Santa Sunniva e gli uomini di Selje e Glastonbury, riproposti in questi giorni da Solfanelli editore dotto e intrepido in Chieti.
Autore della traduzione e del puntuale commento ai racconti della Undset è stato il compianto poeta pescarese Marco Tornar (pseudonimo di Enrico Ciancetta, 1960-2014) il quale citò opportunamente un brano scritto dalla insigne scrittrice norvegese per rammentare ai cattolici inginocchiati davanti agli idoli della modernità che “le antiche religioni pagane erano di gran lunga più aderenti al cristianesimo di quanto non lo sia il paganesimo del nostro tempo”.
I pagani dell’antichità, infatti, avevano fede in potenze superiori, mentre “il nostro paganesimo vuole estirpare ogni contenuto trascendente da tutte le religioni: da quelle primitive e pagane fino al cristianesimo che insegna agli uomini come si debba avere il culto di Dio”.
Tornar rammenta che il neopaganesimo è avanzato fino al punto di progettare lo sradicamento dalla letteratura e dall’arte fedeli all’idea della trascendenza e al proposito cita la teoria elucubrata dal nichilista francofortese Walter Benjamin al fine di screditare e scoraggiare l’ispirazione religiosa degli artisti ispirati dalla tradizione cattolica.
Secondo il caposcuola degli ultracomunisti il pensiero cattolica era avvelenato dal fascismo orrido e immenso dunque era necessario adeguare l’arte alla finalità pedagogica perseguita da un feticcio della borghesia crepuscolare, il commediografo comunista Bertolt Brecht.
L’insigne studioso pescarese ricorda che “molto vilmente Walter Benjamin (1892-1940) era ancor vivo quando apparve il racconto della Undset” e perciò si domanda “se mai qualcuno gli avesse detto che bastava solo una pagina dell’autrice norvegese – che aveva già preso il Nobel nel 1928 – per smentirlo?”
Refrattaria al canto stridulo delle sirene ultra-comuniste squillanti a Francoforte, “la Undset raggiunge i vertici della sua maestria nel saper trattare la storia e l’agiografia senza mai discostarsi di un solo attimo dal vitale ascolto poetico di Dio”.
Tornar cita al proposito un giudizio dello storico della letteratura Andreas H. Wisnes (1889-1972) che attribuisce alla Undset il merito (apprezzato dai teologi preconciliari e negato dai modernizzatori elettrizzati dal Vaticano II) di aver smascherato il moderno culto dell’io “nelle sue palesi manifestazioni palesi e recondite, nelle forme dirette e in quelle indirette”.
Dal malsano culto dell’io hanno origine i tentativi dei teologi liberali, “che ti consegnano un Gesù storico nell’aspetto di un garzoncello predicatore, con particolare attitudine a commuovere le associazioni femminili; essi insomma tentano di costruire un cristianesimo ammodernato” [1].
Tornar rammenta che “il cristianesimo ammodernato ha eliminato l’arcangelo Michele dalla messa” mentre l’Europa moderna ha censurato Gesù: “La Undset avvertì le avvisaglie di questo progresso e le dolse il cuore”. Curiosamente le opere della Undset furono dimenticate e sparirono dai cataloghi delle case editrici cattoliche negli anni turbinosi del postconcilio.
Ora il primo di racconti della Undset, proposti a tempo opportuno da Solfanelli, dimostra la verità storica della leggenda di Santa Sunniva, la regina irlandese che rinunciò al trono per consacrarsi alla vita monastica. Il secondo racconto, Glastonbury, scritto in obbedienza alla verità storica in auge prima del rugiadoso ecumenismo grondante dal Vaticano II, mostra il lato più spregevole della personalità del re scismatico e sanguinario Enrico VIII d’Inghilterra: l’avarizia, che lo spronò a depredare la Chiesa, e l’ipocrisia, che gli consigliò di distribuire il bottino tra i poveri: “i suoi favoriti e assistenti e le sue mutevoli famiglie si rimpinzarono su ciò come avvoltoi”.
Oscurata la memoria di un passato avvincente, la letteratura cattolica, dopo esser passata attraverso le soffocanti strettoie edificate da Pier Paolo Pasolini e da Giovanni Testori, si adagia in un silenzio desolato.
Il volume proposto da Solfanelli (via Colonnetta 148 66100 Chieti, tel. 0871561806) e messo in vendita al prezzo politico di sette euro, è pertanto suggerito e caldamente raccomandato al pubblico cui l’ombra della modernità, caduta sulle righe al trotto nella chiacchiera pseudo ecumenica, impedisce la conoscenza dalla teologia preconciliare, professata da un gran numero di letterati d’alto profilo.

Piero Vassallo

[1] Cfr, Studio sul realismo cristiano, Morcelliana, Brescia 1952.

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L’arte dimenticata di Overbeck

Fonte: ilcentro.gelocal.it
13 luglio 2015

Oggi la presentazione all’Aurum di Pescara del libro “Tra la spada e la fiaccola” di Marco Tornar

tra la spada e la fiaccola marco tornar
PESCARA. Quando è improvvisamente e prematuramente mancato l’8 febbraio scorso, a 54 anni, Marco Tornar stava rifinendo un testo dedicato a un pittore tedesco attivo per oltre cinquant’anni nella Roma papalina del 1800, Friedrich Overbeck, intitolato “Tra la spada e la fiaccola – Friedrich Overbeck e la confraternita dei Nazareni” che ha visto la luce il 3 luglio 2015, nel 166° anniversario della nascita del pittore, per le cure di Q Edizioni di Giuseppe Tagliente (Vasto 2015, p.63, € 10, con 8 tavole).

Chi era Friedrich Overbeck? Cos’era la confraternita dei Nazareni? E perché Marco Tornar ha pensato di applicare il suo talento a un pittore, conosciuto nel tempo in cui visse, ma oggi presente per lo più ai critici che si occupano di preraffaelitismo? La risposta è che Tornar stava approfondendo un particolare filone di rapporti tra l’arte e la fede, con particolare riferimento alla Chiesa preconciliare, e che Friedrich (Frido) Overbeck (nato a Lubecca nel 1789, morto a Roma nel 1869), rappresentava un punto di particolare significanza in thema, non solo per l’indubbio talento, riconosciuto dai maggiori critici del suo tempo ad eccezione di John Ruskin, ma anche a causa di un integralismo (colto nelle sue motivazioni, mistico nelle sue argomentazioni, acute nelle sue sintesi), che Tornar indagava con occhi inquieti, forse desideroso di vederlo riproposto sulla scena d’oggi: non a caso la seconda parte dello snello volumetto s’intitola “Il trionfo della religione nelle arti”; e Overbeck in qualche modo fu la figura egemone della confraternita dei Nazareni attiva al convento di Sant’Isidoro al Pincio, gli forniva suggestioni e spunti di riflessione. Al di là di questi interessi religiosi dell’autore, il pregio del libro sta nella segnalazione di un pittore oggi quasi dimenticato, che fu valente, attivo e devoto al papato d’una Roma duramente provata dalle violazioni napoleoniche della sovranità papale e che verrà definitivamente trasformata dalla breccia di porta Pia e dal laicismo savoiardo della prima Unità
d’Italia. Del libro si parlerà a Pescara, nella sala Tosti dell’ex Aurum, oggi alle 18.30 nel l’ambito delle manifestazioni del “Solstizio/Equinozio Aurum Festival” . Interverranno Antonio Zimarino, Sandro Naglia, Giulia Colantonio e l’editore Giuseppe Tagliente.

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presentazione del saggio di Marco Tornar TRA LA SPADA E LA FIACCOLA – 13 luglio 2015 – Pescara

Solstizio/Equinozio, Aurum Festival (Lunedì 13 luglio 2015, alle ore 18:30)
Nell’ambito delle manifestazioni del “Solstizio/Equinozio Aurum Festival” che, con il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Pescara, si svolgono dal 21 giugno al 21 settembre 2015

Lunedì 13 luglio 2015, alle ore 18:30

presentazione del saggio di Marco Tornar

tra la spada e la fiaccola marco tornar

TRA LA SPADA E LA FIACCOLA
Friedrich Overbeck e la confraternita dei Nazareni

Q edizioni

a cura di Sandro Naglia e Giulia Colantonio

con la partecipazione dell’editore Giuseppe Tagliente

«Perché l’Italia ha poi taciuto su Overbeck, per trascuratezza o ostilità?»
Questo l’interrogativo che conduce Marco Tornar a ripercorrere il cammino artistico e ascetico di un pittore tedesco dell’Ottocento, capo carismatico dei Nazareni, vissuto per oltre cinquant’anni a Roma. L’incrocio di Nostalgie, tra Friedrich Overbeck e l’autore stesso, diventa catalizzatore di connessioni remote tra tempi e luoghi diversi, sul cammino della Verità, tra la spada e la fiaccola…

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Sigrid, «santa» scrittrice della cattolica Norvegia

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/cultura/sigrid-santa-scrittrice-cattolica-norvegia-1136933.html

Rino Cammilleri – Ven, 05/06/2015
Santa Sunniva e gli uomini di Selje: due racconti di Sigrid Undset

La Norvegia fu evangelizzata tardi (da re Olaf Haraldsson nell’XI secolo), e nel 1537 la sua corona aderì al luteranesimo. Dei suoi pochi si è occupata una delle massime penne nazionali, Sigrid Undset (1882-1949), premio Nobel nel 1928. L’editore Solfanelli ha pubblicato la sua Vita di sant’Halvard , il giovane ucciso a colpi di freccia per aver cercato di difendere una donna dalla violenza la cui figura compare nello stemma di Oslo. Ora lo stesso editore propone un altro racconto biografico della Undset, Santa Sunniva e gli uomini di Selje (pagg. 63, euro 7).

L’autrice scandagliò i problemi della donna del XX secolo, ma soprattutto fu attratta dal tempo che conosceva meglio, quello medievale. Il suo capolavoro ha come protagonista una donna del Medioevo scandinavo, Kristin figlia di Lavrans. Nel 1924 la Undset era clamorosamente passata al cattolicesimo. Malgrado la sua conversione, però, la potenza della sua arte costrinse gli accademici svedesi a darle il Nobel, cosa che da quelle parti difficilmente accade. La Undset vide l’invasione nazista della sua patria, il che la indusse a fuggire negli Usa. Come Sunniva, anche lei fuggitiva in terra straniera. La storia dell’unica Santa norvegese comincia così: «A metà del secolo X, a uno degli insignificanti re d’Irlanda nacque una figlia». I re gaelici, infatti, non erano che capiclan. Qual fosse poi l’impronunciabile nome originario di Sunniva o Sunnivas non è dato sapere. Ma san Patrizio aveva fatto un buon lavoro nell’Isola Verde e Sunniva si votò a Cristo. Sarebbe finita badessa se non fosse intervenuta la morte prematura del padre, che la costrinse a prenderne il posto politico. Giovanissima e molto bella, venne adocchiata da un capo vikingo che si propose come marito. La leggenda dice che lei rifiutò perché si era consacrata. Ma niente di strano se l’idea di finire nel letto di un pagano rozzo, attempato e puzzolente non la attraesse. Finì che quello ricorse all’unico corteggiamento che conosceva: incendiare e saccheggiare le terre di Sunniva, per convincerla con le cattive.

La principessa, non avendo forze sufficienti a contrastarlo e decisa a non cadergli tra le mani, scappò per nave insieme a quelli disposti a seguirla. Erano tanti e di navi ce ne vollero. Le tempeste le portarono sui fiordi della Norvegia ma, accolte da scariche di frecce, trovarono un punto di sbarco sicuro solo a Selje, nella zona dell’odierna Björgvin. Qui c’erano selvaggina, frutta, buon terreno e nessun abitante. La compagnia di Sunniva vi si stabilì. Ma durò poco, perché il territorio serviva da pascolo alle bestie dei contadini e questi, vedendo quella strana gente, corsero a riferire allo jarl (signore) del luogo, Haakon, che erano sbarcati predoni stranieri. Haakon non tardò a organizzare una spedizione. Quando gli irlandesi videro arrivare quegli irsuti guerrieri, uguali a quelli da cui erano scappati, si rifugiarono in una grotta. Ma vennero presto scoperti e attaccati con urla belluine. Allora Sunniva rivolse preghiere al suo Dio, affinché li sottraesse a efferatezze e oltraggi. E l’apertura della grotta crollò, sigillandosi.

Passò il tempo, Haakon fu ucciso, al nuovo re Olaf Tryggvasson fu riferito della luce che emanavano certe rocce a Selje. Il re venne, fece scavare e trovò il corpo di Sunniva, integro come se fosse morta da un minuto. Olaf, fresco di battesimo cristiano, prese informazioni e seppe la verità. Il corpo di Sunniva fu posto nella cattedrale di Bergen, appena costruita. Quel santo corpo fermò il fronte del fuoco nel grande incendio del 1198. Ciò che non poté il fuoco lo fecero i protestanti, che nel secolo XVI dispersero le reliquie. Non furono più ritrovate.

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Punto. Virgola, due punti: intervista a Marco Tornar di Oscar Buonamano

Fonte: www.culturemetropolitane.it

 

Tornar-intervista-oscar-buonamano

La pagina di Sipario, novembre 1997, con l’intervista a Marco Tornar

Di Marco resta innanzitutto la sua poesia e il ricordo, per chi lo ha conosciuto, di una bella persona, questa invece è solo una testimonianza di vicinanza. Un modo, soprattutto per me, per ricordare quel bel pomeriggio trascorso insieme. Un bacio bello Marco, la terra ti è già lieve.

 

 

Punto. Virgola, due punti: intervista a Marco Tornar
La passione di Marco Tornar per la poesia è una passione che viene da lontano. Lunghe giornate trascorse a leggere Shakespeare, Goldoni, Molière. E poi Montale, Shelley. Fino all’incontro fatale: Le ceneri di Gramsci, autore Pier Paolo Pasolini. Lui ci tiene a precisare che la sua scrittura è diversa da quella di Pasolini, ma sicuramente la lettura di questo libro rappresenta una tappa fondamentale per la decisione assunta di scegliere la poesia come strumento di comunicazione. Una poesia dapprima votata ad un lirismo assoluto con un’idea della parola anch’essa assoluta e la speranza che attraverso la parola si potesse recuperare la possibilità di pronunciare un sentimento, una storia, un’emozione. Un percorso che oggi invece è più ispirato a un’idea di poesia impegnata «[...] non credo che un poeta possa essere estraneo completamente alla realtà. Ha una forza incredibile di estraniarsi però non ci deve essere una chiusura della comunicazione». Una poesia che deve trovare il coraggio di contaminarsi con altri linguaggi. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Marco Tornar in un pomeriggio uggioso di ottobre nella sua casa pescarese.

Perché hai deciso d’intitolare La scelta la tua ultima raccolta di poesie?
Ho scelto un titolo molto diretto e immediato, La scelta, appunto. La scelta intesa sia come scelta delle poesie pubblicate ma anche la scelta della poesia come strumento espressivo.
Come sei arrivato alla poesia? Attraverso la lettura, attraverso un sentimento tuo.
Mi hanno sempre appassionato i libri, ho sempre letto molto. Poi intorno ai diciotto anni ho incontrato sulla mia strada i libri di Eugenio montale e Pier paolo Pasolini. Dopo aver lettoLe ceneri di Gramsci di Pasolini mi sono trovato catapultato all’interno della poesia.
E Montale come ha influito sulla tua formazione?
C’è un’idea del lirismo allo stato puro e della musica, nelle parole usate da Montale, che mi trasmise un’idea di musicalità che gli strumenti musicali non mi avevano dato.
Quali sono i primi libri che hai letto?
Le mie prime letture sono state letture di teatro. Goldoni. Molière e Shakespeare. Mi appassionò subito un’idea di lingua molto diretta, come è nella tradizione della scrittura teatrale importante. Mi interessò prima questa forma letteraria perché parlava un linguaggio senza alcuna mediazione. Il romanzo, al contrario, mi sembrava qualcosa di molto decorativo.
Qual è il poeta che per primo ti ha infiammato?
Il mio primo amore per quanto riguarda la poesia è un poeta inglese romantico, P.B. Shelley. Nelle sue poesie vi trovo tutta la poesia.
Dicevi che il romanzo non ti appassionava. È cambiata oggi la tua posizione?
In parte si anche per merito di alcuni scrittori. Uno di questi è l’austriaco Peter Handke che rappresenta per me tuttora il massimo modello di prosa europeo. Una prosa che è lirica, ma che non diventa mai troppo poetica. Non rifà mai il verso alla poesia. Ne Il cinese del doloreper esempio, un libro che consiglio caldamente di leggere, racconta la metamorfosi di un’insegnante in una città austriaca, vi è una descrizione assoluta sia degli esterni atmosferici che architettonici e malgrado questa straordinaria descrizione è presente anche lì, in maniera geniale, un’idea di trama straordinaria.
Continuiamo con i romanzi e i romanzieri.
Moravia essenzialmente. Penso ad opere come La vita interiore oppure 1934, una storia molto enigmatica. Pur con tutti i distinguo che si possono fare all’interno della sua produzione letteraria, raggiunge livelli narrativi molto alti. Mi interessa molto Daniele Del Giudice, uno scrittore raffinato con una scrittura sostenutissima.
Cosa pensi dei giovani autori della narrativa italiana?
Penso che oggi la narrativa in Italia si sia svenduta totalmente all’industria. Soprattutto le nuove generazioni di scrittori.
Sei quindi scettico.
Non mi convincono questi nuovi romanzieri, troppo votato al mercato. Viene fuori un’idea della cultura troppo al servizio di certe forme di cultura di massa. Non mi piace l’idea di presentare un romanzo come un evento, che all’interno del romanzo accada un evento strabiliante. Non è quello l’intento dello scrittore.
Riprendiamo la nostra navigazione.
Mi interessa Thomas Bernard. Il mondo di Bernard così ossessivo non l’ho mai ritrovato, ma questo non mi ha impedito di riconoscerne la grandezza. Ci sono tre racconti di Bernard molto belli, il titolo della trilogia è L’italiano.
Ci sarà uno scrittore italiano che t’intriga?
Più di uno. Il racconto della luna di Vincenzo Bardini, un autore lucchese che vive in una casa isolata della provincia di Lucca. Una grossa componente di amore verso la natura, verso le solitudini di quei luoghi con cui è riuscito a scrivere una storia con una lingua strana, un po’ arcaica, ma comprensibilissima. Si sente una contaminazione con la parlata toscana. Una storia d’amore, un eros potente. Allo stesso modo è interessante Gianni Celati, Narratori delle pianure, una raccolta di racconti dove immagina voci in tutta la pianura padana che raccontano storie. Con un recupero del gusto di raccontare e un’attenzione estrema alla parola.
Hai sempre un’attenzione massima verso l’uso della parola.
Credo che questa forza, questa pulsione della parola che è propria della letteratura oggi sia presente più nei poeti che nei romanzieri. Credo che oggi sia più viva la poesia.
Consigliaci qualche buona lettura.
Giovanni Raboni recentemente ripubblicato da Garzanti. Patrizia Valduga che io considero una delle più grandi poetesse del Novecento italiano. Ha pubblicato recentemente Cento quartine e altre poesie d’amore. Cento quartine appunto che raccontano i vari momenti di un rapporto sessuale tra un uomo e una donna. Con un linguaggio molto forte che non cede mai a nulla di gratuito.
Continuiamo con i poeti.
Roberto Mussapi con il suo ultimo libro La polvere e il fuoco, con un riferimento alla realtà italiana vista con un’idea molto trasfigurante, molto alta. Umberto Piersanti con I luoghi persi, i luoghi della natura, i luoghi della civiltà appenninica, un mondo che rischia di scomparire.

Marco TornarLa scelta, Jaca Book, Lire 18.000
La scelta ha vinto i seguenti premi:
Alpi Apuane, Massa Carrara;
Caput Gauri, Codigoro (Ferrara)
Metauro, Urbino

L’oggetto, poesia tratta da La scelta

I giullari
Hanno imparato un altro verso.
Nella stanza noi
chiediamo di arrivare in ritardo
sfidando la storia, guardando
una sorgente di scienza allegra.
Ma è questa la poesia? È questo adesso
il senso del torrente?
Gli uomini ridono della luce,
ma non ne capiscono il significato.

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L’Italia di Enrico VII in un romanzo di MARIANGELA LANDO (6-09-2103)

Fonte: www.criticaletteraria.org

lo splendore dell'aquila nell'oro marco tornar tabula fati

Ecco che cos’è un imperatore, tenerissima madre, e perché per sempre, i cuori delle sue aquile non saranno mai neri. Però solo Gesù può rimettere i nostri peccati, non possiamo farlo noi stessi. Io l’Antifazione, ho perdonato parecchi guelfi anche alcuni falsi ghibellini qui in Italia. Ho ridato loro libertà, dopo che venivano catturati. Ma a causa di quel che è accaduto a Milano, Lodi, Cremona, soprattutto a Brescia, ho fatto proprio lo sguardo di quel soldato tedesco. Vedo coi suoi occhi ciò che mi circonda nella terra, e inorridisco.[1]

Il volume di Marco Tornar, attingendo da preziose fonti storiche, intende recuperare e ridare luce alla figura di Enrico VII di Lussemburgo, Imperatore e re d’Italia a cui la memoria storica sembra non aver dato finora nessun rilievo particolare. L’autore ricostruisce una biografia del personaggio arricchendola di particolari e aneddoti che danno una resa, sul piano della narrazione assai convincente. Eletto nel 1308 re di Germania e successivamente nel 1310 incoronato da papa Clemente V Imperatore, Enrico VII di Lussemburgo viene celebrato da Dante che lo colloca in Paradiso; il celebre guelfo bianco ripone in Enrico VII molte speranze e gli dona l’appellativo di nuovo Mosè perché crede che egli possa rappresentare finalmente un tramite fondamentale per l’equilibrio politico, in un periodo medievale assai segnato da controversie. Il sovrano infatti si dichiara favorevole al ripristino di un equilibrio tra potere temporale e potere spirituale.
Purtroppo, all’indomani della sua elezione, numerosi sono i disordini scoppiati in varie città d’Italia: Milano è la prima sede di questi scontri a cui seguiranno altre città: Parma, Asti, Vercelli, Padova e altri luoghi del Veneto fino Pavia, Cremona, Brescia, Pisa e Firenze citate ampiamente nel romanzo.
Sarà proprio il capoluogo toscano ad essere il crocevia di alleanze antimperiali con il papa, ormai rifugiatosi ad Avignone. Dante offeso da questo atteggiamento, invierà un’epistola durissima condannando acremente l’atteggiamento del popolo fiorentino contro l’Imperatore. Questa la realtà storica.
Il romanzo di Marco Tornar è costruito attraverso un dialogo a più voci: nel primo capitolo, il narratore interno, partendo da una descrizione della città di Firenze ritratta nel 1312, assai particolareggiata e in cui confluiscono dettagli minuziosi (dai vessilli innalzati sul frontone di San Salvi, alle finestre spioventi, alla distesa di campanili, tetti e torri) unisce poi una sapiente narrazione romanzata rievocando i due anni precedenti l’incoronazione del re. Chi sono i nobili che ruotano attorno alla vita di Enrico VII? Di chi l’imperatore si può e si deve fidare? I baroni di Milano, Tebaldo, il conte di Savoia, Guido e Roberto di Napoli, gli Orsini e i Colonna che stringono alleanze politiche e cacciano gli Imperiali dal Campidoglio, le aristocrazie di Germania, Lussemburgo e Fiandra, il cardinale Niccolò da Prato? E tra i fidati che ruolo hanno fra Bernardino, il fido domenicano Niccolò, la bella Beatrice al castello di Lussemburgo, Albertino Mussato, Margherita, Baldovino e Tomàs? Traspaiono, tra le file della narrazione, i numerosi dubbi e a tratti anche le angosce dell’Imperatore che si interroga spesso sul proprio futuro.
Le delusioni e le umiliazioni subite da Enrico VII occupano vari spazi narrativi nel romanzo: ad esempio, l’avvenuta incoronazione a Roma, seguita dall’enciclica emanata nelle tre forme – maggiore, minore o terza – ai monarchi di Francia, Inghilterra, Aragona e Cipro, sarà per l’Imperatore, motivo di grande amarezza e sconforto.
Bellissime e intense le missive alla madre amatissima e ad altri compagni che chiudono vari capitoli. Un rilievo particolare assume il ruolo che lo scrittore attribuisce al rapporto tra Enrico VII e Dante Alighieri: l’imperatore è attratto dalla personalità dell’Alighieri; la narrazione è ricca di momenti che rinviano a reminiscenze dantesche, come si evince dal passo seguente, in cui l’oggetto del dialogo tra Enrico VII e Tomàs è la contiguità umana con Dante Alighieri :

Sul fulgore della luna piena striature di vapori grigi e color del camoscio eclissano a tratti il disco lunare. Non un’anima viva nelle strade di Pisa, solo case alte e desolate che sembrano fissare nel gelido chiarore. Tomàs non sa perché, ma invece di salire direttamente nella sua camera – come tutte le notti dopo la breve passeggiata – è passato per la corte interna del palazzo di Donoratico: e inaspettatamente lo ha trovato lì, solo, in piedi e avvolto in un mantello, gli occhi a contemplare le stelle. Malgrado il buio fitto non ha potuto non riconoscere subito quel mantello rosso con intessute aquile d’oro – messo in risalto dai riflessi delle torce sugli spalti – la sua sagoma non alta e la linea delle proporzioni che si direbbe nervosa.
«È Venere quella?» sente chiedere mentre s’avvicina.
«No è già tramontata» risponde senza alzare a sua volta lo sguardo «È Vega».
«Mi fa pensare sempre a Dantes».
Conosce bene il cielo notturno il ciambellano, ma a quel nome scuote la testa perché non capisce.
«Dantes» ripete l’altro «Alagherii»

.[2]

Quel fiorentino «esule senza colpa da un decennio e condannato in contumacia dalla sua città alla morte per rogo»,[3] accresce in lui la consapevolezza di un destino, a tratti infelice che lo accomuna. È lo stesso Dante ad avergli inviato una missiva in cui gli spiegava che era stato felice di assistere alla sua incoronazione, ma nella stessa lettera aveva deprecato la sua Firenze dove esalavano «i fumi del vizio e le “pecore” vicine si contaminavano a volontà»;[4] una corrispondenza epistolare in cui Enrico VII trova più di una conferma riguardo l’ambiente politico, papale e cittadino ostile che si stava creando a poco a poco attorno a lui: «i cittadini tramano affinché papa Clemente cambi idea e patteggi assieme ad un re estraneo a loro»,[5]denunce su cui Enrico riflette nelle tenebre della propria anima, o nell’«arcano inchiostro della notte»,[6] nel tentativo di sconfiggere il senso della sconfitta del fallimento che annullava tutte le speranze della vita, tra queste in particolare, la stessa fede riguardo l’Impero che pian piano svanisce accompagnata da un senso di minaccia che l’Imperatore respira in ogni momento.
Le dispute interne alla città di Pisa, il mancato soccorso alla lega guelfa, occupano quasi interamente il terzo capitolo, mentre il finale si snoda in un susseguirsi concitato; negli ultimi accadimenti che precedono la morte dell’Imperatore, il lettore può comprendere l’esatta caratura morale, religiosa e umana della vita di Enrico VII di Lussemburgo.
Un racconto degno di attenzione, costruito con una scrittura densa di metafore e di artifici retorico-stilistici che impreziosiscono la narrazione.
Un bel romanzo che si legge con scorrevolezza e che a tratti rimanda alla narrazione dello scrittore inglese Conn Iggulden in La caduta dell’aquila [7]: anche qui la figura di un grande della nostra storia Cesare, è indagato su più fronti, sia nella veste di eroe nazionale ma anche il romanzo storico analizza il possibile ruolo di Cesare osservato come “traditore” della patria.
Destini stranamente ambigui per uomini che hanno invece lasciato un segno indelebile nella nostra storia: anni intensi, a tratti dolorosi, segnati, per Enrico VII, dalle battaglie tra guelfi e ghibellini e da un epilogo storico che non rende, ad entrambi i protagonisti, giustizia.

[1] M. TORNAR, Lo splendore dell’aquila nell’oro, L’Italia di Enrico VII di Lussemburgo, Chieti, Tabula Fati, 2013, pp. 27-28.
[2] Ivi, p. 88.
[3] Ivi, pp. 44-45
[4] Ivi, p. 46.
[5] Ivi, p. 47.
[6] Ivi, p. 58.
[7] C. IGGULDEN, La caduta dell’aquila, Alessandria, Piemme Voci, 2007.

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