Enrico VII, imperatore in estasi. Bellissimo romanzo con un protagonista di grande rilievo narrativo di Francesco Di Vincenzo

by Marco Tornar

lo splendore dell'aquila nell'oro marco tornar tabula fati Da qualche anno Marco Tornar porta il suo talento letterario a spasso per il tempo. Ci ha dato un romanzo ambientato a fine ’800 (il bellissimo Claire Clairmont, Solfanelli 2010) e un altro nel primo ’900 (il meno riuscito Nello specchio di Mabel,Tracce 2011). Scelte temporali che sottolineano la sua condanna e il suo rifiuto della contemporaneità,vista come tempo di volgarità, di bruttezza e di arido materialismo. Con il suo ultimo romanzo Lo splendore dell’aquila nell’oro, pubblicato da Tabula Fati, Tornar ambienta il suo racconto nel basso Medio Evo, condensando il presente narrativo in un unico anno, dal 1312 al 1313. Sono i tempi del conflitto diffuso, endemico,tra Guelfi e Ghibellini, e tra papato e impero, ora dissimulato ora aperto ed aspro. Ma è anche il tempo della più intensa religiosità. Il secolo precedente era stato segnato da tumultuosi movimenti spiritualisti, sulla scia delle profezie di Gioacchino da Fiore e della radicalità evangelica di Francesco d’Assisi. Molti avevano visto in Celestino V quel Pastore Angelico che, secondo Gioacchino, avrebbe purificato la Ecclesia Carnalis trasformandola in Ecclesia Spiritualis. Con il Giubileo del 1300, Bonifacio VIII diede spazio e sfogo a quella ribollente, anarchica spiritualità incanalandola nell’alveo istituzionale della Chiesa.

Uomo di profonda fede e di intensa vita spirituale è il protagonista del romanzo di Tornar: Enrico VII di Lussemburgo, incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero nel 1312 e morto avvelenato l’anno dopo, a 38 anni. Saggio e paziente, abile negoziatore ma capace di rapide e irrevocabili decisioni, l’Enrico di Tornar svolge al meglio il suo altissimo ruolo pubblico, ma appare costantemente immerso in una dimensione malinconica e contemplativa che talvolta s’addensa in accensioni mistiche che ne acuiscono le facoltà veggenti e intuitive, donandogli una percezione preternaturale del tempo, dello spazio, dello spirito. Ed ecco apparirgli Cristo, il suo adorato Cristo ”a metà tra un uomo e un agnello… un ovino dalle sembianze umane, bellissimo… mi gettai tra le sue braccia, e lui mi strinse a sé, colmo di felicità”. Ma Enrico è anche un uomo nel pieno della maturità e della virilità, e allora il suo proposito di fedeltà alla adorata moglie scomparsa viene meno di fronte alla sfrontata offerta di una bella cortigiana. E subito se ne pente e si confessa, per poi, di lì a poco, cedere di nuovo. Certo, fuori dal contesto linguistico e narrativo in cui trova perfetta coerenza, fa un po’ sorridere l’idea di un imperatore che corre dal suo confessore ogni volta che ha un coito poco ortodosso con la sua bella ”dea impudica’!

Ma questi aspetti ingenui, quasi infantili della religiosità di Enrico, la sua ansia ”catechistica”di confessarsi subito dopo aver commesso peccato, costituiscono tratteggi magistrali nella costruzione di un personaggio di assoluta originalità e di statura inusuale. Ed è il linguaggio usato da Tornar che gli dà credibilità e coerenza, è la sua scrittura sinuosa, di minuziosa ed elegante tessitura, ma anche di brusche asciuttezze lessicali e sintattiche nell’invettiva e nello spregio, è questa scrittura che già di per sé prefigura Enrico, il suo animo sensibile e fervido, il suo stupore per il tradimento e la malvagità, |’inesorabi|ità della sua ira.
Un romanzo singolare e bellissimo, che segna decisamente il punto più alto nella narrativa di Tornar.

Pubblicato su: Vario, agosto 2013, p. 39

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