Intervista a Marco Tornar di Simone Gambacorta

by Marco Tornar

intervista di simone gambacorta a marco tornar LA CITTA 4 marzo 2011

Lo scrittore pescarese salva dall’oblio la sorellastra di Mary Shelley

«Avrei fatto di tutto per conoscerla»

“Claire Clairmont” resuscitata dal romanzo di Marco Tornar

di Simone Gambacorta

Marco Tornar è nato nel 1960 a Pescara, dove vive. Ha curato l’antologia di poesia italiana “La furia di Pegaso” (Archinto, 1996) e ha pubblicato le raccolte di versi “Segni naturali” (Bastogi, 1983) e “La scelta” (Jaka Book, 1996). Come narratore ha firmato il romanzo “Niente più che l’amore” (Sperling & Kupfer, 2004) e da poco ha dato alle stampe un libro che ricostruisce in chiave romanzesca la storia di “Claire Clairmont” (Solfanelli, pp. 221, Euro 16), una donna realmente esistita che fu sorellastra di Mary Shelley e che «giunse in Italia» insieme con il «poeta Shelley e la moglie, nel leggendario soggiorno con George Gordon Byron».

Dopo “Niente più che l’amore”, torni al romanzo con “Claire Clairmont”. Che rapporto c’è tra i due libri?

«Credo ci sia un rapporto di conseguenza. Col primo volevo raccontare una vicenda contemporanea, però percorsa dalla nostalgia di un tempo diverso dall’attuale, materializzato. Con “Claire” ho provato a immergermi in un tempo scampato al falso. Il passato non è morto, nonostante la negazione novecentesca la tradizione vibra ancora».

Come hai scoperto Claire Clairmont?

«Da ragazzo leggevo i romantici inglesi nelle cui storie appariva sullo sfondo questa donna offuscata. Forte desiderio di avvicinarla».

In principio fu la seduzione…

«Ho avvertito il suo pensiero prima di sapere che da anziana auspicava che qualcuno facesse luce sulla sua memoria».

Proviamo a tracciarne un ritratto.

«Straordinarie le sue doti intellettuali, per destino non espresse. Sulla sua vita gli «uragani di dolore», come li chiamava, cominciarono con la morte di Shelley e della figlia Allegra. A ventiquattro anni ha riaffrontato il mondo da sola. Se oggi è difficile, figuriamoci quanto doveva esserlo allora per una donna. Commovente la sua fede romantica mantenuta fino all’ultimo».

Come hai lavorato a questo libro?

«Mi sono basato sui suoi diari e le sue lettere, soli capolavori lasciati. Poi la verità sulla morte di Shelley, per attacco di marinai toscani che volevano derubarlo. Shelley assassinato, anche questo esigeva giustizia».

Mi hai detto che hai dovuto ristudiare l’inglese.

«All’inizio ho avuto l’aiuto dell’insigne professor Francesco Marroni dell’Università di Pescara. Poi ho dovuto reperire testi inglesi non più ristampati».

Dalla “Nota dell’autore”: «Fin dall’inizio mi premeva ricomporre la vita di Claire, quindi solo molto sulo sfondo il romanzo può essere considerato un’“apertura” dell’“Aspern” jamesiano».

«A Firenze Henry James avrebbe potuto conoscere l’anziana amante di Byron. Seppe di Claire in quella città poco dopo che lei morì. Mutò il rimpianto in accettazione col “Carteggio Aspern”, dove i dati sono mimetizzati. Un capolavoro l’ “Aspern”. Ma ancora una volta nebbia sulla vita di Claire».

Che cosa ha significato, dal punto di vista scrittorio, vedere questa persona diventare un personaggio?

«Tocchi il cuore del problema. Nella presentazione, Roberto Mussapi accenna alla «memoria attiva». Il passato affiora tramite la scrittura, che rievoca ciò che è stato se la parola entra in esercizio col tempo».

Ma come ti sei regolato per “gestirla”?

«Nella responsabilità per un personaggio un tempo vivo, la strada è la dedizione. Grato a Claire per avermi insegnato a cancellare l’io».

Hai affidato l’io narrante alla voce di Edward Silsbee, che è esistito davvero e che conobbe Claire. Perché questa scelta?

«Se volevo vedere Claire, dovevo immedesimarmi in un uomo partito dall’America per parlarle. Se fossi vissuto a Firenze nell’Ottocento, avrei fatto di tutto per conoscerla. Dopo più di un secolo, lui ha fatto da tramite».

Delle licenze narrative cui ti è stato necessario ricorrere, che mi dici?

«Silsbee era anziano quando si recò da Claire, Georgina una bimba. Ho modificato le rispettive età perché la tragedia sullo sfondo reclamava una storia d’amore. Accentuata la spregiudicatezza di Paula. A Lady Shelley – ingiusta con Claire, ma non perfida – spero di dedicare uno scritto in restituzione della sua aura».

Penso che i veri protagonisti delle pagine non siano Claire né Silsbee, ma che l’elemento di protagonismo si precisi nella pulsione di incontro e scoperta che sono racchiusi, e riferiti, dallo sguardo che Silsbee rivolge a Claire.

«Silsbee tributò devozione a Claire, che in ricambio lo annoverò tra i suoi affetti. Lui ha visto questa donna misteriosa anche per gli occhi streganti dove il nero della pupilla si confondeva con quello dell’iride. Dunque al centro lo sguardo. Rivitalizza la critica letteraria il tuo puntualizzare come un romanzo storico o una biografia siano soprattutto una faccenda di sguardi».

Nel libro c’è una bella elaborazione grafica di Sandro Visca.

«A Claire non piaceva il suo unico ritratto e, da grande artista qual è, Visca ha nobilitato il viso di Claire e ha creato una visione gemella all’esperienza letteraria, di cui non sapeva nulla. Visca ha visto Claire uscire dall’ombra».

Mi hai detto che, dai mesi spesi tra editori, sei uscito disingannato: non per i rifiuti, ma per il dogmatismo commerciale in cui ti sei imbattuto.

«Oggi da noi c’è letteratura solo grazie a piccoli editori come Solfanelli. Solo in Italia il mercato impone la banalizzazione. Perché?».

La Città, 4 marzo 2011

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