Intervista a Sandro Visca di Marco Tornar

by Marco Tornar

sandro viscaSei uno dei massimi artisti italiani, la presenza di te, aquilano, da decenni a Pescara, è un onore per la città. Nell’Italia odierna la scena è dominata da comici, cantanti, calciatori. Come va, Visca?

È un momento difficile. Ormai il nostro Paese è sopraffatto da una confusione irrefrenabile generata dalla politica, dal mal costume, dall’industria catastrofica e soprattutto da una sottocultura imposta dal potere del consumo. Basta gettare uno sguardo alla nostra piazza Salotto, ridotta a una falsa copia di piazza Djemaa el Fnadi Marrakech. Solo che la famosa piazza marocchina, appartenente a una sua vera cultura, è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, a differenza di piazza Salotto che è destinata solo a un continuo ricettacolo di volgari performance kitsch prive di senso che vanno dai finti artisti di strada agli strimpellatori improvvisati, alla giostra di plastica accompagnata da musiche insopportabili e al penoso relitto della scultura di Toyo Ito, terribilmente fuori luogo anche prima della sua autodistruzione. A livello generale non ci sono più obiettivi veri, è come se fosse scomparso l’orizzonte, c’è mancanza di ideali.

Impossibile riassumere la tua vasta storia artistico-intellettuale. Dall’amicizia con Burri e Pazienza ai viaggi di ricerca in America Meridionale, dalle splendide mostre alla recente realizzazione del poeticissimo film Un cuore rosso sul Gran Sasso. Quanta parte ha il senso dell’impresa nella tua opera?

Sai, essere nato all’Aquila, sotto l’ombra del Gran Sasso, per un verso è stato penalizzante ma per l’altro molto formativo. La frequentazione del Gran Sasso e della Cordigliera delle Ande durante i miei avventurosi viaggi si è rivelata un’importante palestra di vita. Nelle imprese difficili ho forgiato il carattere. Da esperienze forti ho travasato, forse inconsciamente, il senso dell’impresa. Questa domanda non mi era statamai posta, ma a rifletterci penso che ciò caratterizzi abbastanza il mio lavoro. Nel 1975 non avrei certo portato un cuore di quattro metri sul Gran Sasso per realizzare un film d’arte affollato di difficoltà eimprevisti, o nel 2000 non avrei mai prodotto un arazzo cucito di trentaquattro metri, In itinere, impiegando un anno di lavoro. Aggiungiamo anche unpizzico di follia.

Un Pensiero sulla bellezza di Mengs: «Tanto più una cosa è bella, quanto più è spirituale: la bellezza è l’anima della materia. Come l’anima dell’uomo è causa del suo essere, così anche la bellezza è in certo modo l’anima..

 continua su Abruzzo Letterario, n. 3, luglio-dicembre 2012, pp. 9-10

 

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