La Scintilla divina di Claire Benedict (traduzione di Marco Tornar)

by Marco Tornar

claire benedictSu quella collina della gentile Franconia, dove per quasi quarant’anni c’è stato un edificio rosso –dapprima, palesemente, come un enorme fungo cresciuto all’improvviso, poi più discretamente, guadagnando ombra dal verde circostante– su quella collina, una dolce sera di luglio, un pellegrino da una terra lontana potrebbe ben soffermarsi per sognare un sogno. Dietro di lui, verso la foresta, si alza il silenzioso teatro, che per fino nell’oscurità sembra ergersi molto orgogliosamente, perché quale altro teatro della sua epoca può uguagliarlo in memorie gloriose? Non battute volgari hanno mai turbato le sue orecchie raffinate, nessuna musica comune ha mai destato echi indegni; dedicato ad alti ideali, è stato attentamente difeso dalla profanazione, solo le armonie più grandi hanno risonato dentro le sue pareti. La più completa recita, il più nobile canto, ripetutamente, la più grande rappresentazione, hanno rimescolato la sua anima, perché ha un’anima, lo spoglio edificio rosso; chi può dubitarlo guardandolo alla luce della luna? Se potesse parlare, sarebbe completamente irto di reminiscenze. Liszt sedette lì, re Ludwig qui, e vicino alla porta uno studioso d’arte dai capelli luminosi, da allora divenuto famoso, perché il teatro dà il benvenuto all’umiltà unita alla grandezza; al suo riparo ognuno è uguale, il più alto e il più basso siedono fianco a fianco. Oh, care persone morte che avete ascoltato o cantato o recitato o brandito la bacchetta musicale… i meri nomi sarebbero un’adunata di celebrità! Così mormora il teatro, sospirando, ci si immagina, eppure il suo volto è pieno di felice soddisfazione. Quelli che sono andati via per sempre, sembra dire, raggiungono qui il loro desiderio, e i loro conseguimenti confortano e ispirano gli altri; oltre a ciò, l’arte è la sua migliore ricompensa. Nessun rimpianto, perciò; rallegriamoci piuttosto e facciamoci coraggio. A nuove azioni!
Si ascolta con impazienza; è una voce reale o soltanto il sussurro del vento? Si sta incantati, mezzi oppressi dai ricordi eppure mezzi rallegrati dalla continuità delle cose – c’è ancora una graziosa Brünnhilde a destare abbondanti emozioni, c’è ancora un benedetto Parsifal a consolare, c’è ancora un’orchestra nascosta a cantare a qualcuno del Cielo, c’è ancora la vera devozione che rende ogni dettaglio una fede sacra. No, amato edificio, non siamo ingrati, solo qualche volta diveniamo tristi, ma la tristezza non ferisce, al contrario fortifica, non ci fa che apprezzare di più. Finalmente allontanandoci con rapide pulsazioni, e attraversando lo spazio che uomini tanto grandi hanno attraversato, raggiungiamo il piccolo pianoro centrale sopra le aiuole, dove in tutti questi anni cosìtanti hanno sostato e guardato fisso. continua su Abruzzo Letterario, n. 3, luglio-dicembre 2012, pp. 11-12

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