L’anno di poesia: 1988-1989 a cura di Roberto Mussapi

by Marco Tornar

Tratto da L’anno di poesia: 1988-1989,  a cura di Roberto Mussapi, Jaca Book, 1989

Introduzione di Giovanna Ioli

In un testo del 1582, scritto da Rafael Mirami, un ebreo di Ferrara, si legge che bisogna stimare come cosa degnissima la scienza degli specchi «poi ch’ella ne rende la cagione di tante belle apparenze, che negli specchi si veggiono, perle quali sovente gli uomini sono pieni di maraviglia». Per l’uomo comune lo specchio non è che un oggetto che riproduce sempre un’immagine falsa, dove le cose si rovesciano e si proiettano in uno spazio inafferrabile. Per i poeti, invece, lo stesso oggetto diventa una vera e propria metafora, una formula salvifica che permette di trasformare la realtà in un’imprevista speculazione dello spirito, pur senza cadere nell’astrazione, nel «fantasma che ti salva», scaturito per semplice ispirazione dall’invenzione pura. Paradossalmente, quindi, ciò che è tecnicamente falso, per filosofi e scrittori può diventare l’espressione della verità, invisibile ai più: quella riposta dietro le apparenze, che può affiorare alla vista solo da una reale superficie riflettente e trasformarsi così in visione.
La sua dimensione speculativa, in senso etimologico ed altro, permette, inoltre, di tracciare ritratti precisi del corpo e dello spirito, trasformando gli uomini come nell’iper realismo di Bosch, ovvero in innumerevoli cose viventi, che non sono altro che la vera essenza dell’umanità, ma filtrata attraverso lo specchio interiore dell’artista, attraverso la sua anima creativa.
La visione del sogno non è in fondo dissimile a questa, soprattutto se si valuta la possibilità di considerarla come una sorta di ponte fra cervello e mente, una convergenza-distanziamento dell’autore rispetto al personaggio. Anche la dimensione onirica, insomma, si riverbera in un doppio messaggio, che nutre l’informazione poetica, da sempre affamata di duplici valenze. Le visioni speculative e quelle sognate, inoltre, possono fondersi insieme, producendo geroglifici esteriori, come nel caso dello specchio, o interiori come nella profondità imperscrutabile del sogno. Entrambe, comunque, saranno fonte carismatica per lo spirito creativo, che vedrà nella loro doppiezza l’irrealtà ed il suo contrario, ma perfettamente interscambiabili. Questi dati, seppure grossolanamente abbozzati, possono illuminare il gruppo di versi di Marco Tornar, giovane anagraficamente (è nato a Pescara il 15 ottobre del 1960), ma ricco da tempo di una densa maturità di dettato. Le tracce di questo discorso si afiacciano, infatti, con evidenza già nella raccolta Segni naturali, edita nel 1983, dove la prospettiva accennata si complicava esplicitamente con la tensione ideale all’unità delle espressioni artistiche: quella poetica, naturalmente, ma tentata dai ritmi musicali e quella figurativa, evocata nella mente del lettore dai nomi di pittori di variegata visionarietà. In queste nuove poesie gli elementi metaforici a cui si è accennato diventano operanti, affiorando nella narrazione Durante un’ora di coscienza, o In mezzo a storie ferme e ripercuotendosi in giochi di riverberi e di luci, di intrecci allusivi e simbolici, di forme circolari e di maschere. Lettera e scena si chiude, come per una sintesi, con il dilemma speculativo di immagine e riflesso, di vista e visione, ma immediatamente resa personale e unica, come dopo un battesimo, dall’acqua lustrale di uno sguardo poetico. In questa stessa ottica Marco Tornar riproduce in Dagherrotipo la ricostruzione vitale e vitalistica di un’immagine, proponendo la descrizione in un preludio di tinte color seppia, che irride i tempi ed i secoli per lasciar posto ad un unico tempo, dove è possibile un eterno dialogo. E nel caso di una antica fotografia ingiallita non si potrà neppure parlare impunemente di immaginazione nel senso comune del termine, ma piuttosto di ricreazione, poiché, per Tornar, fra le insidie della parola sta anche e soprattutto il senso della vista, degli occhi, che restituiscono un’immagine alimentata, e resa palpitante, di pensieri e poesia. Per usare un altro titolo di una precedente raccolta di Tornar del 1981, Il segreto di questi versi sta proprio nell’oscillazione fra rituali di luci e di ombre reali, rituali marginali egli li chiama nel suo romanzo del 1985, ma che rivelano oltre il velo della dimensione onirica, al di là del sipario di una superficie specchiante, un’immagine «più chiara e luminosa di quella reale», perché si aiîaccia d’improvviso sullospazio infinito, sul vortice, sull’oceano, sul labirinto della poesia.

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