LO SPLENDORE DELL’AQUILA NELL’ORO a cura di Leandro Di Donato

by Marco Tornar

splendore_aquila_oro_marco_tornar_libroA giugno abbiamo presentato l’ultimo libro di Marco Tornar, “Lo splendore dell’aquila nell’oro” uscito per i tipi di Tabula fati, a Civitella del Tronto, all’interno della IV edizione di “Alle cinque della sera”. E’ stata la prima presentazione in assoluto.
In questo lavoro Tornar si cimenta con il romanzo storico, anche se ha già affrontato in passato l’indagine storica condotta con gli strumenti del romanzo.
Ma questo libro presenta certamente dei profili di novità nel suo percorso di scrittura e di ricerca sia per i temi trattati che per il filo che li tiene insieme. Il romanzo inizia con l’assedio posto alla città di Firenze da Enrico VII di Lussemburgo il 20 settembre 1312 e termina con la morte dell’Imperatore avvenuta il 24 agosto 1313. Guardando le torri della città Enrico ripercorre le tappe della sua vita e le vicende che lo hanno portato fin sotto le mura della guelfissima Firenze.
Una riflessione in cui le vicende private della sua vita, dall’incoronazione alla perdita dell’amatissima moglie Margherita, si intrecciano con le scelte politiche e militari inseguendo il sogno e il disegno di realizzare di nuovo l’Impero, il Sacro Romano Impero, vacante da due generazioni, riscattando il sacrificio di Manfredi e Corradino venuti a morire in Italia, inseguendo lo stesso sogno o, forse, la stessa ossessione.
Ma Enrico sente che a lui Dio aveva affidato un compito davvero speciale, anzi sacro: venire in Italia per instaurare un’era di pace. Questa profonda aspirazione, questo obiettivo da realizzare con forze umane, ma indotto direttamente da Dio, è la nuova e diversa ossessione che invade la sua mente e permea di sé la visione della sua strategia e motiva la sua missione storica.
La figura di Enrico è dunque il centro narrativo del romanzo, il filo che lega i personaggi e le vicende tratteggiando un quadro non solo assolutamente preciso sul piano storico, ma anche ricco di suggestioni e di echi che contribuiscono a strutturare i piani su cui si muove la narrazione. Così la descrizione particolareggiata degli stemmi, dei vessilli e delle armature, non è orpello erudito o espressione del compiacimento dell’esperto ma, al contrario, elemento necessario della struttura del romanzo. Una citazione particolare, restando su questo piano, meritano le pagine dedicate alla giostra cavalleresca. Qui i movimenti dei cavalli e dei cavalieri, le varie fasi del combattimento hanno un andamento quasi cinematografico, per la precisione della descrizione delle azioni e dei particolari significativi, per il ritmo incalzante e per l’assoluta padronanza della macchina narrativa, che regge questa come tutte le altre parti del romanzo con efficacia e misura.
Enrico VII, il re di Napoli l’Angioino Roberto e il papa Clemente V sono i tre lati di un triangolo che delimitano lo spazio, politico, religioso e culturale entro cui muovono sovrani e soldati, comandanti militari, nobili, cavalieri e religiosi. Ogni lato di questo triangolo è anche, contemporaneamente, un piccolo universo di poteri, simboli, ambizioni e passioni. Sullo sfondo o meglio, al centro di questo ideale triangolo, i regni piccoli e grandi, le terre, le ricchezze e i popoli- che sono la posta in gioco- di quel mosaico mosso che chiamiamo Europa e, all’interno di questo, quello ancora più mosso dell’Italia, le cui tessere sono lanciate come dadi dai vari pretendenti ai troni dei suoi regni.
Tornar riesce in questo libro a rendere con grande efficacia l’atmosfera del tempo, le inquietudini che lo caratterizzano, le lotte fra le fazioni, le guerre degli eserciti e quelle dentro le corti, il groviglio di alleanze e tradimenti, le tessiture di accordi e i repentini cambiamenti delle posizioni. In questo quadro un posto assolutamente centrale occupa il sentimento religioso, quel particolare impasto di aspirazione alla salvezza, terrore della pena eterna e spasmodica ricerca di segni della volontà divina che oggi definiremmo tipicamente medievale. E nel medioevo la religione, nei suoi diversi aspetti, dal potere temporale ai movimenti eretici, dalle spinte al radicale rinnovamento della Chiesa, dalle crociate alle predicazioni millenaristiche, è lo snodo cruciale della politica e della cultura, l’inevitabile terreno del confronto e dello scontro tra e dentro i poteri. Anzi è la fonte della piena legittimazione del potere dei re e dell’imperatore e perciò arma potentissima che può abbattere anche il più temibile degli imperi. Arma non a caso usata con sapienza politica e determinazione massima dai papi.
E infatti per fermare Enrico VII in marcia contro il re Roberto di Napoli Clemente V non esiterà a lanciare contro l’imperatore la bolla della scomunica. Su Enrico, che ha eletto la religione a suo unico faro e il Papa a suo interlocutore fondamentale, l’effetto sarà devastante, peggio di una battaglia capitale persa.
La ricerca della legittimazione divina del potere, operata per il tramite della Chiesa, è questione di assoluta importanza, il sigillo agognato e indispensabile per poter svolgere, con forza piena il magistero imperiale. La figura di Enrico tratteggiata da Tornar è, da questo punto di vista, assolutamente paradigmatica. La forte tensione religiosa che anima l’imperatore è una, tutt’altro che secondaria, ragione che muove le sue scelte e motiva la sua condotta. Enrico è alla ricerca quotidiana, affannosa, dei segni della volontà divina – la traiettoria del volo degli sparvieri sulla croce dei campanili – conforto e rassicurazione del suo operato. Anzi, raccontando al fratello Baldovino, arcivescovo di Treviri, di una sua visone di Gesù, Enrico rivela che il suo vero grande obiettivo è quello di conformarsi pienamente al Cristo e di plasmare sul suo vero insegnamento l’edificazione del Sacro Romano Impero. Il tormento, la disperazione del peccatore, l’esaltazione della salvezza, i toni e i colori dei moti dell’animo di Enrico ci vengono restituiti da una scrittura che sa adeguare con sapienza i diversi registri narrativi. Una scrittura che, nella descrizione dei colori della luce dei diversi mesi e nell’interrogarsi sul destino dei luoghi quando non sono trattenuti dal potere dello sguardo, ritrova la lingua del poeta.
La conclusione del romanzo è una sintesi straordinaria dei temi e delle vicende narrate: dopo la scomunica Enrico muove da Pisa la sua armata contro il re Roberto, ma lungo la strada si ferma a Buonconvento, nei pressi di Siena per incontrare il suo confessore, il domenicano frà Bernardino. Qui, durante la messa, riceve l’ostia intrisa del veleno ricavato da un fiore, l’elmo di Giove. L’imperatore muore per avvelenamento, per mano del suo confessore, tramite l’ostia avvelenata, mentre uno sparviero vola alto sulla croce del campanile del monastero.
Un concentrato di simboli che, come un pesante portone di un monastero, chiude idealmente il libro che, a lettura conclusa, si rivela denso come un saggio, scorrevole e godibile come un romanzo scritto davvero bene.

Leandro Di Donato

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