nello specchio di Mabel

la letteratura viva – riflessioni sulla scrittura di e con Marco Tornar

MARCO TORNAR, UN POETA CHE FREQUENTAVA I NOSTRI CUORI

Fonti:  www.indialogo.infowww.iduepunti.it

Marco Tornar

 

Erano gli anni in cui ad Atri si respirava il profumo della poesia…in cui si era soliti incontrare i custodi del verso…

Erano gli anni in cui la città si innamorava della poesia…erano gli anni delle letture e del Premio…

Erano gli anni in cui ho conosciuto Marco e con me Simone, Lorenzo, Paolo, Daniela…tutti  rapiti da questo “piccolo grande”  uomo che era poesia vivente…. irriverente e fragile come solo un Poeta sa e può essere…

Siamo tutti più soli, oggi, meno belli …

Sono arrabbiata con questo Febbraio …

Ciao Marco, sono certa che Atri saprà ricordarti.

Gabriella Liberatore

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‘Ritratti poetici in controtempo’ all’Aurum dal 18 al 28 maggio 2015, Pescara

ritratti poetici in controtempo mostra

 

Pescara. Lunedì 18 maggio alle ore 17 e 30 presso la Sala degli alambicchi dell’AURUM di Pescara, con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale di Pescara, sarà inaugurata la mostra “Ritratti poetici  in controtempo” di Ginevra Di Matteo  – a cura di Massimo Pamio, con installazioni del regista teatrale Sabatino Ciocca e del videomaker Loris Ricci, letture degli attoriCarlo Orsini, Alessio Tessitore e Alba Bucciarelli, elaborazioni di computer grafica a cura di Claudia Caranfa. Nel corso della manifestazione si ricorderà il poeta Marco Tornar, di recente scomparso. La mostra resterà aperta fino al 28 maggio.

a Marco Tornar (Enrico), alle tue storie, ai tuoi sogni, ai tuoi versi che hanno cercato di imprimere sulla pagina il volto misterioso e sfuggente della bellezza

Nota di presentazione di Massimo Pamio - Uno scrittore di valore nazionale, Marco Tornar, non può non aver lasciato un segno, proprio lui che nei suoi romanzi cercava storie di autori dimenticati, come Mabel Lodge Luhan o Claire Clairmont, oppure ne traduceva le opere: di Kate Field, di Vernon Lee, di Francesca Alexander. I poeti sono i veri clandestini, nella nostra società. Non a caso l’ultimo lavoro di Marco era sul tema dell’esilio degli scrittori nel presente. Di qui l’idea di tornare a Marco e al senso della poesia, che continua a donarsi e ad essere elaborato, nonostante tutto.

Nell’interrogare poeti di Pescara e provincia sul senso della poesia, chiedendo loro un aforisma e testi sull’argomento, nonché chiedendo loro di concedere all’istante del tempo fotografico il volto come un segno, i curatori della mostra Massimo Pamio e Sabatino Ciocca hanno intercettato ed elaborato un loro “senso” della poesia, che per ciascun poeta sta nel ripetersi ogni volta del miracolo della prima parola detta, per il lettore nell’ascolto dell’oracolo dell’Altro e infine per tutti nel realizzarsi di un’idea (quella della Poesia) nella folla dei parlanti. Il senso della poesia non è mai uno, ma trinitario. Al centro della mostra una serie di totem con i volti dei poeti, a formare una foresta ideale della poesia. Ai lati, gli orizzonti, file di foto di bocche: la poesia è oracolo di Sé, è il linguaggio che, al suo confine, interroga il suo stesso essere.

Una mostra fotografica sul “(ris)volto” dei poeti, sul loro volto esibito come una contropagina intende celebrare, in modo non retorico, un manipolo di uomini che, attraverso la parola, cerca di mantenere il contatto con un mondo non noto, non evidente, oppure invisibile, altrimenti con un mondo in procinto di disfarsi, o che ha fretta di finire. I poeti sono sempre gli ultimi – quelli che credono nell’isola della nostalgia, ma anche nella povertà delle minime cose e delle illusioni, da sempre considerate la parte inferiore – bassa – del sociale, degli interessi, ma anche sono quelli che credono nella “trasgressione”, nel corpo, nel male, nell’incubo, nella ribellione e in tutto ciò che la società tende a controllare, ad espellere, a gettare ai suoi margini; tuttavia i poeti sono anche coloro che annunciano quel che verrà, profeti spesso inascoltati. Profeti di tragedie incombenti (la guerra oppure una pace ipocrita o un benessere omologanti, la distruzione della natura e delle altre specie viventi), di un modo romantico o dandystico o bohémien di comportarsi, i poeti sono comunque sempre “contro” l’establishment, sono la coscienza inquieta della società, sono gli esaltatori di innovazioni folli o sconsiderate (le automobili o perfino la guerra se ritenuta purificatrice e rinnovatrice come per i futuristi, pronti allo scandalo, alla provocazione, a “épater les bourgeoises”) di un raffinato estetismo che va a rompere gli schemi (come in Wilde o in D’Annunzio) o a difendere i lati più oscuri della psiche (da Carroll a Poe, da Novalis a Hölderlin, da Céline a Celan)  infine, martiri della verità, se, in definitva, ciò che distingue la poesia è la ricerca della verità – da un poeta ci si aspetta verità esemplari, la testimonianza più spregiudicata e sfacciata nei confronti di ogni tipo di deviazione del potere (Ken Saro Wiwa, Neruda, Lorca, Majakovskij, quanti i poeti uccisi per aver combattuto per la libertà!), ma anche e soprattutto la verità che appare ogni giorno nella nostra vita e che ci parla di un continuo manifestarsi nella quotidianità del miracolo; il “vero” poeta ci svela che perfino l’oggetto più insignificante e mai degnato di uno sguardo riserva sorprese e un’autenticità degna di essere conosciuta. I poeti sono maieuti, riescono a tirar fuori la verità nascosta nella nostra intimità e a farla palpitare e a renderla unica, irripetibile. Infine, sono gli inascoltati custodi di ciò che è essenziale nella nostra vita, la gioia, la spiritualità, l’amore, i poeti non sono “uomini di cultura” come spesso vengono categorizzati per spegnerne la portata dirompente di sognatori d’un mondo dove, non invasi da surrogati del vivere, si rinasce in ogni istante, per combaciare con gli altri, per irrompere negli altri, in una comunione vitalistica.

I poeti abruzzesi meritano di essere celebrati; sono tra i più validi in Italia, anche se, a causa della sudditanza economica e culturale dell’Abruzzo (e del Meridione) nei confronti del Nord, di Milano soprattutto, la capitale del potere industriale editoriale, risultano poco conosciuti. Volti che parlano delle verità nascoste, emarginate, derelitte, ma che, fieri di essere, si annunciano una volta per sempre al mondo declamando la loro interiorità ancora integra, ancora non intaccata da nessun morbo della globalizzazione: i poeti abruzzesi sono volti disadorni, d’una disappartenenza al sociale che solo pochi altri possono vantare; i loro tratti tradiscono il segno di una fedeltà a loro stessi e a un’ideologia inconsistente che li fa quasi santi: testimone del sacro, il poeta abruzzese è la sua terra eremitica, un separato testimone di vastità desolate aperte sull’orizzonte, laddove è già il sacro, è già il compiersi d’ogni miracolo, dall’alba al tramonto, nell’alba e nel tramonto.

La fotografa Ginevra Di Matteo ha interpretato con animo personale, ha letto, ha scavato in quei volti la loro vocazione e la loro autentica voce: un clamore sommesso, una timidezza esplosiva e una sfrontatezza curiosa che si annunciano, una risata interiore ma pronta, un silenzio che si è appropriato di quel volto per sempre, una mano che accarezza la propria vita e quella dei libri, un colorato segno d’arte, un primo piano dialogico, che chiarisce le complessità riducendole al sovrapporsi di tempi d’infanzia,  di maturità e di altre estensioni, uno sguardo profondo che raccoglie in sé lo sguardo di mille altre esistenze e le tramanda proprio in quell’istante che concede all’osservazione del fotografo, cioè dello spettatore. L’osservazione è tutto, i ritratti sono il terreno dove la parte diabolica e quella divina che convivono in ogni poeta sono resi evidenti, risolti che siano, oppure confliggenti o ineffabilmente complicati. Ginevra ha studiato i volti, li ha guidati affinché rivelassero la loro interiore espressione, il loro segno indelebile, il loro marchiare la vita ed esserne ustionati, grazie a una precisa strategia, ad un affettuoso coinvolgimento psicologico e a un’implacabile artiglio tecnico è riuscita a indurre il poeta a concedersi, a scrivere insieme col fotografo la pagina del suo volto, a crearla ex novo. E’ la persona che “fa” la foto; il poeta stesso a trovare, di fronte a un lettore di volti, un’intuizione verbale, una particolare dimensione: la propria. Grazie a coloro che si sono prestati, Annamaria Albertini,  Luisa Angeloni, Antonella Antinucci, Franca Arborea, Matteo Auciello, Vittorina Castellano, Giacomo Castelli, Daniele Cavicchia, Maria Pia Chiappino, Maria Gabriella Ciaffarini, Chiara Coppa Zuccari, Margherita Cordova, Giada Cucciniello, Mariangela D’Albenzio, Maria D’Alessandro, Federica D’Amato, Luciano De Angelis, Angelo Del Vecchio, Maria Grazia Di Biagio, Tino Di Cicco, Luigi Di Fonzo, Nicoletta Di Gregorio, Silvia Di Lorenzo, Anna Grazia Di Martino, Francesco Di Rocco, Manuel Dominioni, Chiara Fiori, Anna Gatto, Ubaldo Giacomucci, Barbara Giuliani, Giancarlo Giuliani, Sara Iannetti, Bibiana La Rovere, Carlo Lizza, Giovanni Lufino, Elena Malta, Dante Marianacci, Alessandra Marrone, Cristina Mosca, Maria Piera Pacione, Leda Panzone Natale, Franco Pasquale, Marco Pavoni, Luciana Piccirilli Profenna, Daniela Quieti, Cinzia Maria Rossi, Raffaele Rubino, Mara Seccia, Bruno Spadaccini, Santino Spinelli, Magda Seta, Stevka Smitran, Marco Tabellione, Marco Tornar, Mirella Tucci, Lucio Vitullo.

La poesia abruzzese ha espresso qualcosa in più del suo semplice evocare, ha creato, nei volti, le ultime maschere sacre della poesia.

Nella mostra c’è una foto di Claudio Carella scattata a Marco Tornar (al secolo Enrico Ciancetta) che aveva aderito all’iniziativa ma che è improvvisamente venuto a mancare. Marco era non solo poeta ma anche scrittore di valore nazionale, studioso d’arte, appassionato testimone d’una generosità che si incarnava in una fase di rinnovata passione per la creaturalità. I personaggi dei suoi romanzi sono persone storicamente vissute, della cui esistenza Marco si era innamorato, vivendole a sua volta fino in fondo: Marco era stato Mabel Lodge Luhan, Enrico VII di Lussemburgo, Claire Clermont, e anche Kate Field, Vernon Lee, Francesca Alexander, Henry James di cui aveva tradotto le opere. In uno, era mille volti, in una, Marco era mille esistenze, o forse ne era la loro reincarnazione, fatto sta che la sua sensibilità vivissima, romantica e ottocentesca, lo rendono figura indimenticabile, uscita in modo inatteso dal quadro della vita, cogliendo ancora una volta di sorpresa tutti noi, rimasti qui, semplici spettatori di un’eternità che egli adesso coglie e non può che suggerirci, stavolta senza parole.

Ginevra Di Matteo, psicologa, nata a Piano Vetrale nel Cilento, ha tenuto una mostra dal titolo “Namasté”, reportage sul Nepal.

Massimo Pamio, poeta e saggista, è direttore del Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo che è ospitato nel Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina. Nominato nel 2007 Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”, per meriti culturali. Studioso di letteratura moderna, ha pubblicato in volume numerose opere di saggistica e di poesia.

Sabatino Ciocca, regista di prosa, collabora con Enti e Istituzioni regionali e nazionali (ATAM, TSA, Istituto di Cultura Francese). È socio fondatore della cooperativa teatrale Quarta Parete e della Residenza Teatrale Theatria; autore e programmista regista RAI; regista di opere musicali per l’Ente Lirico d’Abruzzo; autore e coordinatore artistico di progetti sulla drammaturgia regionale: D’Annunzio e l’Abruzzo, in collaborazione con la Fondazione Il Vittoriale; Confessione generale, sulla vita dello scrittore Giuseppe Mezzanotte; La Penna di Tartarin, sulla vita di Edoardo Scarfoglio, prodotte dalla Regione Abruzzo; La Voce dei Silenzi, orazione civile sulla morte del giornalista Antonio Russo, pièce commissionatagli dalla Fondazione Russo per il “Premio Giornalismo e Reportage di Guerra” a lui intestato. Come Direttore della Scuola di Recitazione e della Compagnia di Prosa del Teatro Marrucino di Chieti ha allestito numerose opere teatrali.

Loris Ricci studia l’utilizzo e lo sviluppo della musica digitale applicata al computer, collaboratore fisso presso alcuni studi di registrazione. Turnista al fianco di numerose formazioni di musica pop, ha accompagnato Aleandro Baldi. Ha partecipato al corso di musica per film del M° Ennio Morricone tenuto dal M° Sergio Piersanti, ai seminari estivi del Berklee College dell’Umbria Jazz Festival. Il suo primo cd: “The rings of fire“, ispirato alla saga di Tolkien, con i “Doldrums”, Tino Tracanna, Davide La Rovere e Ivano Sabatini. Ha partecipato a “Donne in Jazz” con i Doldrums e la cantante italo-australiana Carla Civitella. Ha suonato nell’opera buffa del M° Franco Mannino “ANNO DOMINI 3000″ come solista ai sintetizzatori nell’orchestra del teatro Marrucino, diretta dal M° Rodolfo Bonucci. Ha partecipato al festival internazionale di Ostia Antica, al festival jazz di Pescara con i Doldrums, suonando con Antonio Onorato. Ha composto colonne sonore per il teatro, per: “Le Baccanti ” di Euripide, “La guerra spiegata ai poveri” di Flaiano, “L’Inferno” di Dante “L’opera dello straccione” di Havel, etc.

 

 

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“Claire Clairmont” – Marco Tornar di MARIANGELA LANDO

Fonte: www.criticaletteraria.org

claire clairmont marco tornarClaire Clairmont
di Marco Tornar
Solfanelli Editore

«Miss Clairmont! Aspettatemi!» le gridai dietro…L’inseguii per tutta l’estensione della boscaglia, superammo due ponti, uno dopo l’altro…Arrivati ad una spiaggia deserta, la figura si rivelò una ragazza. Si guardò intorno spaesata, sotto l’ombrellino aperto, il colore degli occhi identico a quello del mare, il cui fragore si levava a pochi passi.[1]

In un’ambientazione ottocentesca, in una Firenze impreziosita dai dettagli artistici, in una città luogo del “bello e del sublime,” accanto alla protagonista del romanzo, Claire Clairmont, lo scrittore si immedesima nel ruolo dell’affascinante e colto erudito americano dell’Ottocento, Edward Silsbee, affascinato dal carisma della donna.
Claire è la sorellastra di Mary Shelley che giunge in Italia per trascorrere una vacanza assieme al poeta marito Shelley, nel mitico soggiorno condiviso con George Gordon Byron. Il romanzo, inizialmente, è giocato sulla seduzione architettata da Edward per sorprendere e conquistare l’ammirevole donna. La lettura del romanzo offre al lettore la possibilità di immergersi nel clima ottocentesco borghese italiano attraverso alcuni accadimenti, seppur verosimili, che rinviano ai reali fatti che precedono l’epilogo storico della famiglia Shelley; la stessa qualità narrativa della scrittura permette al lettore un avvicinamento significativo ad un passato tale, che i quadri cittadini borghesi descritti ci appaiono intrisi quasi di contemporaneità: la stessa precarietà del vivere di Claire in un paese per lei straniero, le attente descrizioni degli interni testimoni del corteggiamento di Edward, (delicato ma al contempo ardito) le azioni cadenzate che appaiono in antitesi con l’immagine della gente che affolla le piazze della città, quasi indifferente alle bellezze dell’arte fiorentina, danno una resa sul piano della narrazione convincente, proiettando il romanzo più sul versante della modernità.

Nel limpido mattino inoltrato ripensai alle ordinate ondate verdi sui prati provocate dalle mie parti dal vento. Che razza di richiamo, mi chiesi, era quello che in una delle più celebri piazze al mondo sospingeva un insieme considerevole di individui? Non avrei potuto farmi la stessa domanda in una moderna metropoli, la mia Boston ad esempio, New York o Londra. Ero a Firenze. […] Che significato si poteva trarre qui da gente troppo affaccendata – per giunta in inezie – e assolutamente incurante della grande Arte che svettava tra chiese, monumenti, edifici?[2]

Ben presto Edward si rende conto che ha a che fare con un ambiente ben diverso dal proprio, e l’avvicinamento alla donna e a ciò che la circonda è un percorso irto di difficoltà per le distanze generazionali, ad esempio tra zia e nipote, per l’oscurità che pervade l’“universo domestico” chiuso forse fintamente borghese, in cui si trova coinvolta Claire, per gli atteggiamenti freddi che la famiglia e le amicizie le riservano.

Squarci di vita si rianimavano al minimo gesto di mani, al più impercettibile cenno di occhi. Io a cosa avevo rinunciato? Stavo commettendo l’errore di familiarizzare con tutto affezionandomi alla veneranda inquilina di Palazzo Crociato come alle immagini scaturite dalla sua memoria, aleggianti nella penombra di antichi quadri e drappeggi. E con quale diritto? Che pretese potevo accampare in un universo domestico chiuso e concentrato in un culto retto dall’equilibrio di speculari poli, quelli dell’anziana zia e della giovanissima nipote, essendo l’altra una specie di elemento anomalo? Che poteva vantare uno sconosciuto giunto da oltreoceano più della propria buonafede nel presentarsi?[3]

Mr Silsbee ama trascorrere il tempo con Claire: li accomuna una passione per l’arte e la cultura. Non solo. I loro dialoghi, a tratti divergono verso conversazioni di tipo filosofico argomentativo: discutono sul materialismo, sui romanzi dell’Ottocento francese ( il richiamo è a Madame Bovary e al Il tempo ritrovato di Proust); la donna interloquisce con l’uomo, e nel contempo recita i versi del poeta inglese Coleridge.
Ma è un’altra donna ad essere destinata al fidanzamento con Edward:

Tanto discreta da non cercare di rompere il mio riserbo, Georgina si limitava a lanciarmi languidi sguardi sbattendo veloce le palpebre, sicché ogni volta, nell’attutita musica di cristalli e posate, confusa al brusio che si levava da capotavola – il moto delle sue ciglia sopperiva quello delle ali di un angelo, l’angelo della conservazione, disceso in soccorso presso di noi. Triste, silenzioso, osservavo la tavolata, a una luce diversa da quella dell’ovvietà.[4]

Attraverso lo svolgersi del racconto, si conferma la grande passione della famiglia Shelley per l’Italia. Firenze, in particolare, ma anche Napoli e il Vesuvio, luoghi privilegiati, punti d’incrocio, tracce storiche, testimonianze di un amore perenne dei protagonisti del romanzo, nei confronti della cultura e della società italiana di quel tempo.
Ad un certo punto della narrazione un carteggio diventa l’oggetto misterioso, ambiguo, denso di interrogativi da dipanare attraverso il prosieguo degli accadimenti.
Piano piano viene ricomposta la vita di Claire, la corrispondenza con il poeta Shelley, le vicende amorose di lord Byron, una figlia “segreta” frutto di una grande passione che precocemente scompare, sono al centro del romanzo. Le preziose descrizioni e le comparazioni arricchiscono la narrazione: l’autunno contrapposto alla morte, le questioni sociali contrapposte a quelle della chiesa cattolica romana; la personalità di Edward si rafforza con lo svelarsi degli accadimenti e attraverso la risoluzione del mistero riguardo le lettere inquietanti si giunge ad una sicurezza amorosa anche di Claire che finalmente può uscire dall’oblio ed entrare a pieno titolo nella storia.

Ma il mondo è fatto per essere percorso da esseri volatili, innocenti?Gabbiani colombe o angeli che siano?[5]

Un romanzo che nasce dal desiderio di raccontare una vicenda, quella di una donna, Claire Clairmont, seppur ampliata e modificata in alcuni frangenti, ma biograficamente attendibile; un racconto che dimostra come sia possibile scrivere un bel romanzo dando spazio ad una creatività rispettosa del passato, ma molto moderna, appassionante e con un plot narrativo in cui emergono dall’oblio e dalla storia figure femminili che sono da sempre esistite.

[1] M. TORNAR, Claire Clairmont, CS, Solfanelli Editore, 2010, p. 35
[2] Ivi, pp. 19-20
[3] Ivi, p. 68
[4] Ivi, p. 155.
[5] Ivi, p.176.

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a Marco Tornar di Zaira Fusco

Marco Tornar

 

 

ti vedevo esplodere nella tua gioia e nella tua timidezza

seguire le lettere che frettolose

si rincorrevano nel suono vivo e nuovo

della tua voce

 

 

 

 

 

 

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PERCHE’ LA STORIA NON E’ MAI INIZIATA – SULLA POESIA E SULL’INAUTENTICITA’ UMANA DI MASSIMO PAMIO

Fonte: noubs

Nei contenuti della poesia lirica moderna, nell’assegnare ai sensi la facoltà di estendere i confini spaziali dell’io e di proiettare il soggetto al di là di se stesso, fino a farlo coincidere con gli elementi o con i limti della natura, appaiono evidenti i sintomi di un ritorno al primitivismo – riscontrabile pure nella coeva arte espressa da Cézanne a Gauguin, dai cubisti ai fauvisti, da Matisse ai naturalisti così come da Rousseau il Doganiere e da Frida Kahlo agli impressionisti e ai macchiaioli- ovvero alla riscoperta della complessità delle facoltà sensoriali, a cui vengono assegnate potenzialità straordinarie(1), al fine di lasciar penetrare l’io poetico nella natura, operazione quanto mai rischiosa, paragonabile all’esigenza pratica dell’esercizio di un animismo psichico che tenderebbe a ricondurre l’uomo nell’alveo del suo essere animale, verso uno stadio in cui la coscienza verrebbe incitata a abbandonare la dimensione razionale in favore dell’apertura metamorfotica, all’altro da sé. Possiamo addirittura incontrare versi di autori che si dirigono sempre più lontano, in bilico sull’abisso tra essere e essere altro da sé, in una regressione antropologica diretta a ripercorrere ere che insinuerebbero la mente nella dimensione vegetale e perfino in quella minerale, liberando il sogno umano di divenire pietra tra le pietre, per raggiungere una lontanissima arché, verso la fondazione stessa del mondo, verso l’indistinto, verso il caos primigenio; d’altronde che cos’è la poesia se non l’esercizio costante di un pensiero dell’Origine, un ripensare l’Origine?

Tutt’altra la condizione del narratore moderno, coinvolto in un intreccio in cui la sua personalità deve invece piegarsi a una schizofrenia corpuscolare, per mettersi completamente in gioco nel divenire una, mille altre personalità, sempre preoccupato dalla inevitabilità di un destino e di più destini che oserei definire “psichici”, all’insegna di uno psicologismo dominante, figlio del freudianesimo e delle sue derivazioni; senonché ci sono scrittori, come Marco Tornar, che nei loro romanzi più che alla ricerca di una fabula e di un mirabolante intrecciare e mescolare vite e destini, si propongono di dedicarsi alla ricerca di uomini realmente vissuti, ovvero di fantasmi, ricreando per loro le migliori ambientazioni e offrendo loro i migliori servigi pur di convincerli a tornare in vita; spendendo energie nel ricostruire atmosfere ovattate in cui personalità dimenticate si riprendano con sfrontata follia la voglia di affrontare una vita seconda, resuscitati in virtù di un atteggiamento romantico che non si avvale soltanto dell’immaginazione ma anche di una specie di procedimento esoterico, di un lungo e sofferto approcciarsi loro mediante la pratica di sedute spiritiche nel corso delle quali si verrebbe a catturare l’attenzione dell’incauto fantasma, strappato all’ombra, sfregiato di nuovo alla ustione della luce, costretto a indossare in fretta marsina cappello e bastone; tant’è che i protagonisti dei libri di Tornar, ad esempio, appaiono spesso sorpresi, esortati a svelare con sospesa gioia una serie di lancinanti ricordi. Fantasmi, proiezioni di personalità che vincono il tempo, chiamati fuori dal tempo, persone non compiute, interrogate di nuovo sulla loro incompletezza, ancor piene di pudore, di colpe, vittime di un’esistenza di cui non sono riuscite a distillare il senso, situate ancora nello stadio del limbo, indecise su quale giudizio emettere nei propri confronti.

Queste riflessioni ci inducono ad analizzare ciò che Tornar insegue nei suoi romanzi; uno svuotamento dello storico, innanzitutto, affinché il protagonista diventi nostro contemporaneo, un azzeramento del concetto di storia in favore di un eterno presente delle cose e degli uomini. Riesco a capire la predilezione di un regista come Sabatino Ciocca per i romanzi di Tornar: che cos’è il teatro se non magia, ovvero l’enucleazione della storia dal centro della vicenda in cui tutto è presente? Il teatro è lo scenario dell’unità di spazio e tempo, la storia si fa eterno presente, l’azione è la conseguenza di una nemesi, a cui ciascuno è chiamato, in virtù di una realtà che è prestorica, arcaica, in cui agli uomini nulla si svela, giacché tutto si svolge sulla base di una assoluta naturalità: rivincita dello spazio naturale su quello storico e umano. Non c’è un senso nelle azioni dell’uomo e dunque non c’è temporalità, non c’è progresso, ma eterno ritorno del Destino e del suo fantasma di cui gli uomini sono incarnazioni inconscienti ma prevedibili: l’uomo non sa, è parte di un disegno misterioso della natura, è conseguenza e non produttore, l’uomo è un effetto e non una premessa. L’uomo non è mai stato, secondo Tornar e secondo la poesia: l’uomo non è mai nato e la sua coscienza è appena il prolungarsi della natura in un tentativo di autorispecchiamento che non produce nulla se non il destino stesso della genetica, della morfogenesi, della Vita, del Bios.

marcotornarIl fantasma che oltrepassa il tempo, proiezione di una larva, è l’uomo spossessato dell’umanità, creatura che recupera o incorpora la sua animalità, ovvero la sua anima. Che cosa sarebbe l’animale se non ciò che essendo privo di corpo e di mente viene a identificarsi con il suo essere stesso una volta e per sempre? Il fantasma è un mondo, un significato rinchiuso per sempre nel suo significante, è la negazione dell’uomo linguistico e il recupero dell’uomo dei sensi: il fantasma viene a coincidere con i suoi sensi, con le sue passioni, abbandonato il telos, il fine a cui in vita le sue azioni tendevano. In questo senso, l’uomo e l’animale si ricompongono in una nuova figura, nel lemure, figura che sta a metà tra l’umano e l’animale, una terra di mezzo in cui finalmente si pacifica la contraddizione del mondo e del regno animale. Il lemure non è animale ma non è più uomo.

Il fantasma ha esaurito la sua esistenza terrestre e carnale, ha realizzato la sua opera e giace inoperoso, nel buio, vive in uno stato come in quello che si verifica dopo l’appagamento sessuale, allorquando il mistero dell’amore è svelato, e gli amanti si contemplano come animali. La beatitudo è tutto in questo atto che il fantasma compie di se stesso, nel dimenticarsi come essere umano e nel proporsi come essere restituito alla sua creaturalità, al suo modello: “di una natura che non aspetta alcun giorno e quindi nemmeno alcun giorno del giudizio, come modello di una natura che non è scena della storia né dell’abitazione dell’uomo”(2). La natura separata dalla redenzione, la natura non come opera del Demiurgo, ma archetipo della beatitudo(3).

Una interpretazione postgnostica, non sicuramente antropocentrica, che rinnega l’azione dell’uomo, creatura definibile come ultimo inganno della Natura e non come ultimo anello dell’evoluzione, votato a una salvezza che gli è però intrinseca e che forse si realizza nella natura, oppure nella dimensione del “fantasma”.

Interpretazione astorica di cui sarebbe depositaria la poesia. Ma perché la poesia dovrebbe essere astorica? E se fosse vero il contrario? La storia è l’appartenere dell’uomo a una comunità in vista di un telos, di un fine. La salvezza è possibile solo alla comunità, non all’individuo, come sostengono le religioni. La poesia, invece, forma di recupero del concetto che assegna all’individualismo e all’io il diritto di manifestare la propria alterità, mira a reinserire l’uomo  nel processo di una storia ben più ampia e significativa, che è quella della specie animale, della vita evolutiva. La poesia vuole scrivere la storia della sospensione d’ogni giudizio, d’ogni espressione in merito al bene e al male. Essa supera ogni conflitto umano in vista della noia(4), ovvero della sospensione del pensiero di fronte a tutto ciò che lo circonda: la poesia in questo senso è salvifica, riscatta l’uomo dall’antropocentrismo e dalla verità falsa in cui cade ogni qualvolta pensa e parla: la poesia non a caso mira al silenzio, al misticismo naturalistico in cui le cose parlano ma non ci parlano, e che sono in quanto apparenza, epifania. La poesia si consegna a qualcosa che fonda l’uomo nel suo rifiutarlo, nel suo chiudersi a lui, in un luogo del non rivelato che congiunge tutte le cose: perché svelare significa consegnarsi di nuovo al velo e non al mistero che tutto comprende, al rifiuto, che è il senso del tutto. Il tutto si rifiuta, il tutto chiama l’uomo e l’uomo risponde: lo evoca, ma in questo doppio procedimento è il luogo del rifiutarsi reciproco che si svela, il fatto che la conoscenza e la coscienza sono due aspetti dell’impossibile conoscersi e dell’essere consapevoli della propria umanità. L’uomo non conosce, ma conosce il rifiuto, non sa, ma esperisce la risposta vuota del sapere, ovvero l’essere nel non-sapere. L’uomo, come l’animale, è sempre in sospeso sul mondo, lasciato vuoto luogo del mondo, in cui è impossibile ogni totalità e in cui l’inganno consiste nel costituire una comunità che possa erigere il totem della propria storia. La storia è nient’altro che l’estremo allontanamento dalla verità iniziale, ovvero dallo scacco metafisico che l’uomo esperisce: pedone sempre in movimento sulla scacchiera del Bios.

L’uomo non può parlare che dell’inaccessibilità, dell’indifferenza, dello scacco ma da tutto questo egli crea le possibilità, ovvero l’apertura verso un senso. L’uomo è l’aprirsi a un senso, pur sapendo che si tratta di una Morgana, di un’illusione dovuta forse alla sua natura evoluta, uno scherzo della natura, una beffa della natura che non ha voluto nell’uomo altro che un barlume di rispecchiamento. La natura nell’uomo NON si interroga, ma tace e si specchia. La natura sospende se stessa nell’uomo e si tace. L’uomo è il No della natura, è il Bios che si autocompiace del proprio meccanismo imperfetto, e che si sospende una volta per tutte in una creatura forse per celarsi, o per annullarsi, o per studiare altre possibilità in cui emergere. L’uomo – questo il senso della natura – serve per dar spazio a un nuovo virus, per essere incosciente tramite di nuove note o nuove forme, inconsapevole mezzo e non fine della trasmissione di nuove possibilità del Bios. Ma a che pro la parola, a che pro il pensiero dell’uomo? A che pro la capacità dell’uomo di analizzare i processi della vita? La risposta è nella parola e nel pensiero, che produrranno nuovi virus, nuove forme di vita, continuando o distruggendo l’Opera del Mondo. La parola e il pensiero sono per l’uomo invece il suo essere sospeso sul mondo il suo sentirsi rifiuto del senso, il suo tentativo di offrire un senso alle sue azioni al di là del carcere in cui è inserito perfettamente. Insomma, l’uomo è un povero illuso, che si crede pericoloso ma non lo è, che si crede onnipotente ma non lo è, che si pensa libero ma non lo è. L’umanità, ancor meno, è il crogiolo laboratorio in cui la Natura continua a testare se stessa, nel processo del Bios, che inarrestabile non è, se non per l’illusione dell’uomo. Quale definizione più sciocca e risibile dell’homo faber? L’uomo non fa, non crea, ma è solo il tramite di un fare che da milioni e milioni di anni si esercita nell’universo, uomo che come tramite vale tanto quanto un’altra specie. Quando l’uomo è l’aprirsi alle possibilità, questo non vuol dire che egli si apra alle proprie possibilità ma a quelle della natura: egli è il cantore delle possibilità del vivente, il testimone del vivente. È l’annunciante che indica le possibilità, una specie di dito rivolto verso la natura mentre tutto è in silenzio e soprattutto mentre egli guarda non la natura, ma il suo dito. E proprio questo silenzio in cui egli è gettato dimostra la sua inutile vanagloria di credersi coscienza del mondo, interprete della verità, portatore del Bene. Egli rende viva la possibilitazione del Vivente, il suo è poter dire, non voler dire, un poter indicare, non un indicare, e la sua potenza si riassume tutta nella parola che risuona nel silenzio assoluto dell’universo che lo circonda. Forse per questo oggi egli ama accompagnarsi ad animali, crea robot e intelligenze artificiali, invoca l’arrivo di extraterrestri, per respingere la verità che la sua voce sia essenzialmente un surplus di mutismo, grido animale più che testimonianza di una credibile rumorosa autenticità. Gli uomini, è pur vero, dialogano tra di loro, ma il discorso è unico, la parola assume una sola dimensione e il rifiuto è sempre la base della sua essenza. Il dialogare degli uomini tra di loro è il costituire comunità: è storia, ma questa storia è solamente un concentrarsi dell’uomo sulla propria umanità, ovvero sulla capacità di costruire rifugi, di garantirsi il cibo e le migliori opportunità per sopravvivere. La storia è dunque il racconto dei suoi modi di sopravvivere, creando comunità e addirittura civiltà, ovvero comunità che sopravvivono a lungo più delle altre. Parodia dei branchi, le civiltà, organizzazioni più complesse di quelle create dagli animali, ne ricalcano le orme e le gesta. Ordinate secondo riti e simboli, le civiltà non sono altro che la storia di rappresentare e di modificare nel tempo questi simboli e questi riti.

L’uomo vive nella evocazione, ovvero in uno spazio vivente dove tutto lo chiama, lo sollecita alla testimonianza. Non sta in uno spazio di rivelazione, sebbene tanti profeti si siano eletti messaggeri di sedicenti proditorie Rivelazioni di ogni genere, Rivelazioni che riferiscono verità divine, frammenti di assoluto che circondano l’uomo. Testimonianze d’assoluto che per un attimo interrompono il Rifiuto in cui egli è gettato, il silenzio che gli risponde ogniqualvolta viene sollecitato dagli animali e dai minerali che lo circondano, dall’occhieggiare delle stelle, dal trascorrere di asteroidi, comete, dal lontanissimo implodere di galassie e di buchi neri.

La salvezza dell’uomo non risiede nella scelta individuale, nel suo personale porsi in favore del bene o del male ma nello scegliere la comunità come destino, comunità dove reca la sua fede nella salvezza e nell’amore. Quale forma è meno umana e meno votata alla salvezza dell’uomo se non la poesia? La poesia innalza l’uomo alla sua individualità e lo fa pietra e animale, lo disperde nella testimonianza del vivente, allontanandolo dalla comunità e dagli altri uomini. Che dunque la poesia sia un genere pericoloso, avverso all’uomo e all’amore? La poesia è luogo che si apre al rifiuto e che dunque tende a azzerare l’uomo? La poesia è sicuramente il luogo di una sconfitta. Innanzitutto della parola. La parola non salva, non redime l’uomo ma lo condanna ad una regressione verso l’origine, e cioè verso il silenzio. La poesia è il luogo in cui la parola confuta se stessa e si consegna alla verità del non-dicibile, quale vera possibilità per l’uomo di assumere su di sé la sfida del Rifiuto.

Se nei romanzi di Tornar il senso sta nel ritrovare ancora intatta l’anima di un uomo, che dopo secoli riprende a pulsare o a reincarnarsi in uomini di altre epoche o torna ad apparire come fantasma, la storia comunitaria viene meno rispetto alla possibilità di rispecchiarsi in un individuo o di resuscitare addirittura in una creatura vissuta centinaia e centinaia di anni prima. La fede nella storia è superata, cancellata dalla fede nella vita. Ecco, il senso dell’uomo si compone e ricompone nella Vita, in una vita autentica di cui ciascun individuo dovrebbe essere artigiano e modellatore inarrivabile e inimitabile, poi che la fede nell’opera della propria vita dovrebbe attestare la fede nel vivente, in modo che la propria verità venga a coincidere con quella della vita, e la legge dell’individualità con quella dello Spirito Vivente. Per questo, i romanzi di Tornar possono essere definiti poetici, in quanto il senso dell’opera sta proprio nel creare un ponte tra individui distanti che afferrano per sempre la potenza del Bios, e questo ponte è costituito dalla passione, dalla potenza dell’individuo di trasmettere amore al di là del tempo, dello spazio. Che dunque il continuo pullulare dei fiori degli alberi e degli animali sia rivolto in qualche modo non tanto alla possibilità dell’uomo di evocarli, quanto alla possibilità dell’uomo di amarli?

______________________________

(1)    Questa interpretazione potrebbe essere osservata anche da un altro punto di vista, espresso da Valéry, quando definisce la modernità “velocità, abusi sensoriali, luci eccessive”; la riscoperta delle facoltà sensoriali e il loro potenziamento (che ha a che fare anche con l’uso di droghe e psicotropi a fine Ottocento) potrebbero aiutarci  ad allargare gli orizzonti del nostro mondo.

(2)    W.Benjamin, 1996, p. 393.

(3)    Cfr. G. Agamben, 2002, pp. 83-84.

(4)    Ib., p. 64 e passim.

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INNAMORARSI DI MABEL DODGE LUHAN di Massimo Pamio

Pubblicato su Noubs il 17 febbraio 2104

NELLO SPECCHIO DI MABEL DI MARCO TORNARComprendo perché il romanzo di Marco Tornar “Nello specchio di Mabel” sia tanto piaciuto all’amico regista Sabatino Ciocca. L’opera è eminentemente teatrale: le tante personalità – persone realmente vissute – qui evocate appaiono come proiettate in primo piano da uno scenario buio del fondale, chiamate dall’Autore a dire con urgenza e perentorietà o icasticità la loro per un breve spazio della pagina, per cui sono costretti inevitabilmente ad assumere l’aria di attori, di teatranti che, con la faccia sporcata di biacca, recitano – a metà strada tra finzione e realtà – un episodio della loro esistenza, e si sentono comunque delle comparse, forse renitenti a dire il vero, forse impermalosite per la loro subalternità, chiamati quasi per caso a testimoniare la loro vicinanza o la loro amicizia con la protagonista assoluta del testo, Mabel. Le loro frasi scelte tra le tante sono mirate a provocare un effetto scenico, e magari a millantare un (falso o ideologico) destino in poche righe, a esprimere un sentimento che forse non fu se non appena percepito o vissuto da altri, ma tant’è: la vita è una recita efficace se si riesce a impressionare, a suggestionare un pubblico invisibile e sconosciuto sia pure costituito dalla compagnia anonima dei lettori, e quaòli lettori, chissà, forse quelli del futuro, lontanissimi dalle loro personalità.
Quel fondo buio da cui loro emergono è la Morte, l’Oblio in cui ciascuno di noi uomini è caduto o cadrà: la consapevolezza della fugacità è in tutto quello che è l’uomo, dalla sua verità alla sua sempre incompiuta missione, alla sua dolorosa speranza di conseguire qualcosa che, dobbiamo confessarlo, nessuno è mai riuscito a definire.
Teatrale è pure il raggio di luce – lo spot direzionale – che si concentra su aspetti non marginali della nostra esuberanza (sic!) di vivere: l’arredo, i drappi, le chaises longues, gli innumerevoli oggetti di cui ci adorniamo e che costituiscono la ricca scenografia teatrale, pezzi di volta in volta richiamati da Tornar proprio come i suoi personaggi: cose e uomini sembrano svolgere lo stesso ruolo all’interno dell’economia della vita, e dunque ecco risolto il dilemma tra opera dell’uomo (lavoro, fatica, economia) e uomo, tra artificio e carne: tutto ha la stessa dignità, tutto è vivente, tutto è proiettato almeno per un istante in primo piano e tolto al buio del fondale.
A creare la straordinaria dinamica del romanzo è la tecnica stilistica dell’Autore, il quale sa come far funzionare il congegno macchinoso e macchinico del testo, grazie all’uso della narrazione in terza persona che lascia spazio a inserti in cui i diversi attori possono pensare e descrivere quel che loro accade, sebbene guidati dall’onnipotenza dello Scrittore, sempre comunque voce narrante assoluta, che lega insieme tutti i lacerti della fabula.
In questo modo, Egli garantisce una coerenza mirabile a tutta la narrazione; è lo stesso Tornar a svelarci il vero protagionista pensante, il vero Dio narrante, l’Auctor onnisciente, grazie a una riflessione della protagonista Mabel: “Le sembra quasi più probabile della sua presenza, visto che a volte, come le succede anche adesso, ha la sensazione di non esistere, oppure di essere una specie di ricettacolo di sensazioni, percezioni, ricordi… Sì, meglio i ricordi che i pensieri… cos’altro sono i ricordi se non i più puri, definiti, stabilizzati pensieri?”
Sono i ricordi il filo rosso di questo libro. Non sappiamo se questi ricordi siano di Mable Lodge o di Tornar, ma che cosa ci importa? I ricordi sono la vera realtà dell’uomo, i suoi pensieri più puri, sono quelli che danno verità al mondo umano, che lo “stabilizzano”, lo rendono fermo, inattaccabile, e, permettetemi un’illusione, gli conferisocono il dono di una sacralità che potrtemmo ritenere eterna.
Il romanzo di Tornar è un omaggio a una figura straordinaria di donna, con cui si incontra forse realmente, forse nel sogno, non importa. Egli ha ripercorso con una potenza inusitata l’esperienza di vita di mabel Dodge, forse perché ella come lui si sentiva di appartenere a un tempo che non era quello in cui si trovava a esperire il suo tempo, e allora, ecco una comunanza di sentimenti che va al di là di ogni dimensione, e che crea una reciprocità veramente unica, straordinaria di affetti.
In questo senso, il romanzo di Tornar è n po’ la sua “Recherche”, un tentativo impareggiabile di far rivivere un’epoca, ma mentre Proust voleva salvare il suo tempo di cui ormai avvertiva la decadenza, Tornar vuole salvare un tempo che non fu mai il suo, e in questo è ancor più degno di elogio. Non a caso nel finale visionario egli dice di vedere con gli occhi di Mabel il paesaggio circostante di Villa Curonia, la villa in cui dimorò la donna: “Guardavo dappertutto, ma non era solo mio lo sguardo. Affogato in umidi bagliori rossastri, per via delle lacrime, finalmente ogni particolare non era più estraneo, risvegliava un sentimento intimo, come quando si riprendono oggetti cari (…) le colonne della loggia, le pietre, i fiori, gli alberi – (…) perfino lo scalino là dentro – guardava- ero io guardato, il mio io era un tu – e il rispecchiamento incitava, spronava a diffondersi sempre più… (…) Perché al tramonto infine questo era successo: con gli occhi di Mabel avevo guardato attraverso gli occhi della mia anima – avevo visto intensamente la vita – e la mia anima s’era espansa, come la fiamma della mia visione”.
Lo sguardo di Tornar che diventa quello di Mabel è lo sguardo della Morte che guarda con gli occhi della Vita: e questa situazione, dimensione sublime, mi fa pensare che sia ciò che riscatta forse l’uomo stesso, e lo fa essere lo specchio del mistero che in ogni cosa si inonda e che trova nell’uomo il suo specchio.
Lo scrittore rivive e allora crea: e si fa Dio, perché, come scrive Mabel in una delle due splendide poesie da lei composte e riportate nel romanzo,

Sono lo specchio del cuore desideroso dell’uomo
Dentro di me c’è il segreto della sua ricerca:

Io sento la parte nascosta che è il supporto
Di ogni parte.

Sono lo specchio dell’insaziabile,
Sono il buono, il cattivo, il tutto infinito,
In me ci sono le risposte a ogni chiamata umana
Perché io sono il Fato.

Sono i molti e l’unico, il dispari
Come pure il pari. Sempre nel mio aspetto
Dio è rinnovato ogni volta che è nato un uomo –
Perché io sono Dio.

Sono l’avvicendarsi di pace e contesa –
Sono lo specchio di dove tutto l’uomo è sempre –
Sono la somma di tutto ciò che è stato suo –
Perché sono la vita.

E a questo punto posso dire a Marco Tornar che ha raggiunto il suo scopo, quello di farmi innamorare di Mabel. E questo dovrebbe essere lo scopo di ogni grande scrittore.

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In ricordo di Marco Tornar ( giovedì 9 aprile 2015, Pescara)

Marco Tornar in una foto degli anni Ottanta

DOMANI, giovedì 9 aprile 2015, alle ore 17.00, nella Sala Figlia di Iorio della Provincia, in Piazza Italia, a Pescara, si terrà una lettura di poesie in ricordo del poeta, scrittore e saggista Marco Tornar, scomparso l’8 febbraio scorso. L’iniziativa è organizzata dalle Edizioni Tracce e dalla Biblioteca Provinciale di Pescara.

Interverranno: Antonio Di Marco (Presidente della Provincia di Pescara), Paola Marchegiani (Assessore alla qualità ambientale e al patrimonio culturale), Enzo Fimiani (Direttore Biblioteca Provinciale).

Coordinerà Ubaldo Giacomucci (Presidente Edizioni Tracce).
La lettura è aperta a tutti gli amici che vorranno ricordare Marco Tornar.

Parteciperanno i poeti:

Antonio Alleva, Vittorina Castellano, Daniele Cavicchia, Chiara Coppa Zuccari, Rolando D’Alonzo, Luciano De Angelis, Pasqualino Del Cimmuto, Franca Di Bello, Tino Di Cicco, Nicoletta Di Gregorio, Grazia Di Lisio, Francesco Di Rocco, Giorgio D’Orazio, Ubaldo Giacomucci, Anna Maria Giancarli, Giancarlo Giuliani, Bibiana La Rovere, Marcello Marciani, Dante Marianacci, Alberto Marino, Francesco Marroni, Alessio Masciulli, Renato Minore, Vito Moretti, Massimo Pamio, Daniela Quieti, Benito Sablone, Gulnara Sharafutdinova, Riccardo Santini, Mara Seccia, Stevka Smitran, Marco Tabellione, Anna Ventura.

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SERGIO DE RISIO – UN RICORDO DI MARCO TORNAR

Fonte: noubs.wordpress.com

 

Proponiamo l’intervento che Marco Tornar ha tenuto al convegno “Il pensato su Sergio De Risio” organizzato presso l’Università “D’Annunzio” di Chieti dall’A.P.A. (Associazione Psicoanalitica Abruzzese, Istituto di Psicoterapia Psicoanalitica “Marco Levi Bianchini – Sergio De Risio”) a cui hanno partecipato, tra gli altri, il prof. Mario Fulcheri e il prof. Cesare Milanese.

LA DERISIONE di MARCO TORNAR

Sergio De RisioPropongo all’attenzione di voi tutti un’intervista che feci a Sergio de Risio, per il Messaggero Abruzzo, pubblicata il 14 luglio 1994. Appare funzionale come memoria di un mirabile pensiero, sebbene possa giungere in qualche modo didascalica, a tanti di voi specialisti in discipline scientifiche e umanistiche. Però riconoscerete che per la destinazione a un quotidiano il repertorio trattato sia molto alto. De Risio uomo, psicoanalista, poeta: il tema posto dall’APA tanto appassionante e ricco che non posso espormi ad una critica o a un commento all’opera di De Risio, a maggior ragione avendo a fianco l’autorità di Cesare Milanese. Solo alcune considerazioni dopo il testo sintetizzato.

“La psicoanalisi e la poesia si fondono sulla pratica della parola, ma le loro declinazioni sono diverse. La poesia è più privata e più pubblica, la psicoanalisi implica un atto concreto con cui si lavora. Già a 15 anni per entrambe avevo la stessa passione. Anche se oggi sono caduti certi aspetti la poesia è volta all’universale. In psico-analisi la parola è costretta in un preciso esercizio: il setting. Ma entrambe mirano verso il cuore dell’esperienza umana; i metodi sono diversi, l’ideale è in comune, è la verità. La parola è il fulcro dell’esperienza umana. Lo spazio della poesia è angusto: Holderlin e Rimbaud ce lo hanno insegnato, l’uno con la follia, l’altro cercando il deserto. Oggi la poesia è una circolazione fasulla che conferma una riduzione di spazio: molti parlano, scrivono, e nessuno legge o ascolta. Così come la lingua, che oggi è l’inglese, la lingua del computer, sempre meno lingua rispetto all’eccellenza del greco. La lingua non è scambio di informazioni, ma formazione dell’essere umano, come singolo e collettività. Inoltre è cresciuto il deserto: Rimbaud poteva toccarlo, oggi è un posto da turismo. La collettività si deve porre il problema di ritrovare questo spazio. La psicoanalisi e la poesia lo rivendicano. E’ lo spazio dell’aver cura, non del curare, e quello ben più radicale del lutto, di chi ha perso una funzione formativa. Non a caso dopo l’ultima guerra dell’era atomica si ha la poesia. Lo psicoanalista non è lo strizzacervelli come il poeta non è l’imbrattacarte. La poesia è non scrivere, e quello che si scrive è cedimento al narcisismo. Allo stesso modo lo psicoanalista ascolta e non dice, seleziona solo ciò che è vivo, attuale. L’esperienza della follia è un insieme più eterogeneo, entra in gioco l’uomo come corpo-essere-cervello. Affonda le sue radici nel reale come simbolo ma non c’è un’idea di connessione. L’artista invece si confronta sempre col simbolo. Non elimina la sofferenza perché non si può eliminare la morte. Perciò l’artista non è pazzo, mentre occorre diffidare di qualcuno che pretende di non essere pazzo per niente”.

In ottemperanza a quest’ultima asserzione derisiana non pretendo di non essere pazzo per niente, fra poco capirete. Per la mia esperienza, Sergio è stato qualcuno che quando parlava cancellava me stesso, e quando cancellava me stesso mi sentivo felice. All’epoca stavo male, tachicardia e poliuria antagonizzavano la mia quotidianità. Poi ci hanno pensato i miei connazionali a completare l’opera, ad ogni lustro della mia vita. Ogni lustro un nuovo tradimento italiano. Sempre da maschi, mai da mie fidanzate. In sua presenza invece ogni allarme spariva, tanta la perfezione che ravvisavo, innanzitutto nei suoi versi. Dopo un’analisi durata cinque anni ho riacquistato una normalità.

Quel che oggi mi appare abnorme è il tragico iato tra le parole di De Risio e la vita presente. So bene di non esser in un convegno di sociologia, la mia devozione e gratitudine alla pratica dell’inconscio mi impediscono comprensioni di un inconscio e di un immaginario collettivi. Nutro l’illusione di credere, tuttavia, che la letteratura per me sia una sferza, la sferza della mia vita, in subordine alla medesima, grandiosa, ricevuta da De Risio. Qualcosa che viene dall’alto, mai da un regime orizzontale, soprattutto misero come quello attuale. Tra i miei ricordi di lui, un’ illuminazione che ebbe a un ristorante di Chieti Scalo a cui mi invitò una sera, dopo aver finto di fingere di arrabbiarsi col cameriere che non gli aveva procurato la ventricina di Gissi: “… la benedizione! Ben detto, è bene dire, è la dizione del bene. Tutto è in questo, in analisi”

Sergio è morto ma ancora bene-dice. Ora è capo carismatico di un potere forte, la psicoanalisi. Nell’odierna Italia dei cosiddetti poteri forti, ridicoli, non ne vedo che due, veri, di questi: la psicoanalisi, la religione. Penso che ci sia correlazione più di quanto immaginasse la Kristeva.

Un passaggio di santa Caterina da Siena: “Non offre il cuore all’anima la colpa – perché non è lecito all’uomo commettere una minima mancanza per salvare tutto il mondo, se anche gli fosse possibile, perché per l’utilità della creatura, che non è nulla, non si offenda il Creatore, che è fonte di ogni bene (…) E’ così aperto, questo cuore, che non c’è persona che lo trovi falso, ma ognuno lo può comprendere perché non dice una cosa con lo sguardo e la lingua mentre dentro ne pensa un’altra”.

Sergio non va confuso con tante dimensioni, chiamiamole così, della contemporaneità. Non c’entra nulla col nichilismo, nella sua vita lui voleva “aver cura”. Non c’entra nulla lui col negativo, per esempio Perniola, non c’entra nulla con la menzogna, per esempio Manganelli. Né con nevrosi compiaciute di Zanzotto né con debolezze vattimiane. Non c’entra nulla con poeti quali De Angelis e Viviani, psichici sì, ma orientati verso una sublimazione reticente della materia. Che finisce lì, senza trasfigurazione. Sergio al contrario nel verso perseguiva i fenomeni magici del cristallo goethiano trafitto dalla luce.

Una esegesi della sua scrittura dovrà ancora avvenire, la quotidianità di oggi, malata, è una dislogia rispetto a quel che continua ad accadere con la sua opera complessiva, che ha esperito passione fino all’estremo. Cosa c’è di italiano nella parola di Sergio? Nulla. Quel niente che lui attestò è, in un suo saggio sulla critica come spodestamento pubblicato nel 1980. Lì enucleò una formidabile citazione da Wilfred Bion:

“L’analista deve diventare infinito, grazie alla sospensione della memoria, del desiderio, della comprensione. Quanto più l’analista si approssima a sopprimere il desiderio, la memoria e la comprensione, tanto più è probabile che egli cada in uno stato di sonno simile allo stupore”.

Così per ricordarlo e celebrarlo con voi, ho fatto come l’ideale psicoanalista di Bion. Dall’intervista ho tolto le mie domande affinché di Sergio rimanesse solo la voce scritta. Se mi cancellavo da lui quando era vivo tanto più vale cancellarmi ora. Vent’anni fa parlò dell’avanzata del deserto. La domanda la ribalto a voi. E’ arrivato in Italia, il deserto? Sergio oggi che direbbe? Quando instaurerà, in Italia, finalmente, il suo incontrastato potere forte, la psicoanalisi? Occorrerebbe o no, oggi, psicoanalizzare l’Italia? La mia partigianeria verso la psicoanalisi, verso Sergio e il mio psicoanalista, non può non portarmi a chiedere che ne è di una nazione che non è stata mai tale, che tuttora non è patria, perché semplicemente ha forcluso il nome del padre.

Non c’è sociologia. Però in Italia c’è una collettività di pulsioni incontrollate, senza elaborazione, allo sbaraglio, alla morra, come credo dicesse Lacan. Qual è il padre dell’Italia? Chi? Come può definirsi popolo un’insieme di pulsioni le cui origini storiche sono frenasteniche? Quale padre tradisce, l’Italia, ad ogni cambio generazionale? Non posso far altro che riportare lo stato di un delirio, per Sergio. Compatitemi, un materiale puro su cui operare, come lui sosteneva. Ho vissuto la mia esperienza analitica su una percezione di allarme ad ogni istante, credo di aver compiuto una mia esperienza interiore.

Ora l’infinito pensiero di Sergio rimette in gioco le carte rispetto a una partita collettiva.

Anche questa la sua forza. Ripeto, è l’offerta di un privato delirio, nella memoria gloriosa di De Risio, che vorrebbe esser sulla linea del Thomas Mann del Doctor Faustus, il cui protagonista, Adrian Leverkuhn, incontrò lo spirito del male a Palestrina. Perché proprio lì? Perché tanti italiani oggi votati alla pulsione di morte? Perché prolificano, nell’esperienza quotidiana di tanti, i traditori? Perché tutti i paesi e le città d’Italia sono una stessa Palestrina immemore di Mann? vorrei chiedere a De Risio, ora domando a voi. Chi è il padre che continuamente tradiscono gli italiani, ancora ignari di un’analisi puramente tedesca?

Continuo la delirante offerta. E’ possibile che, prima di Mann, Freud abbia commesso un altro atto mancato, una paratassia, nella Psicopatologia della vita quotidiana, anche per aver visto davvero il male a Orvieto, negli affreschi del Finimondo e delle Storie dell’Anticristo del Signorelli, per poi spostarlo su un altro oggetto?

L’Anticristo, il niente, per De Risio era un è. Un ente. Dunque voleva combatterlo. Perseguiva la verità, non, come spesso accade di sentire da intellettuali di oggi, una ricerca autoreferenziale, senza meta, una verità intesa solo come tensione di ricerca. Come se la mia pulsione erotica si fondasse da sé, valesse non per l’effettivo raggiungimento del corpo della donna per godere. Oltre quello della donna che in Italia quotidianamente si accoltella, c’è il corpo della letteratura, la scrittura, che in Italia è stato ucciso. Gli italiani hanno ucciso la scrittura. Amano l’oralità, i rapporti orali, la televisione e l’industria fallimentare della kultur, la parodia dell’amplesso, di fatto in Italia la letteratura è più morta di Sergio. Perché tanto male? Che direbbe De Risio, quale la sua derisione? Qual è il lutto che dovrebbe fare l’Italia colpevole non di omertà ma, peggio, di forclusione?

E’ stato il mio unico maestro. Non mi avrebbe tradito mai. Non era comico nemmeno quando divertiva, in questo senso non era italiano. Del petite object a ne parlava come di una casella vuota, ma con intonazione da beato, di beanza, non per certo per infettare, com’è di moda. Ai tanti italiani artisti, psicoanalisti, psichiatri, intellettuali che vivono come prigionieri morali nel nostro paese, nella moltitudine delle Palestrine, vorrei rammentare, pensando all’antesignana parola di De Risio, la necessità di una psicoanalisi che oggi diventasse obbligatoria: in un “paese” i cui abitanti, per troppo, troppo tempo, fino a diventare inetti, l’hanno fatto franca dallo straniante, dal confronto coi giganti dell’angoscia.

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Versi e foto per la poesia

Fonte: ilcentro

Oggi a Pescara letture e mostra in ricordo di Marco Tornar

PESCARA. Una giornata dedicata alla poesia e una mostra fotografica in ricordo dello scrittore pescarese, Marco Tornar (nome d’arte di Enrico Ciancetta) morto, il 7 febbraio scorso all’età di 55 anni. A promuovere la doppia iniziativa, in programma oggi a Pescara, sono la Fondazione Edoardo Tiboni, il Centro nazionale di studi dannunziani e le Edizioni Tracce, con il patrocinio dell’Unesco e la collaborazione di numerose istituzioni pubbliche e private.

Oggi dalle ore 9 alle ore 18,00, al MediaMuseum in piazza Alessandrini, e, contemporaneamente, dalle 10.30 alle 13.30, in 15 scuole di Pescara e provincia, si svolgerà una grande manifestazione di letture poetiche. Per tutta la giornata , inoltre, su tutti gli autobus delle linee urbane di Pescara saranno esposte le locandine con le poesie degli oltre cento poeti partecipanti.

Lo scopo della manifestazione, spiegano gli organizzatori, «in un ideale connubio tra cultura e sociale, oltre che a riportare al centro dell’attenzione i grandi valori della poesia, sarà anche quello di raccogliere fondi per aiutare i bambini e i ragazzi del “Piccolo principe” di Pescara, Centro per la tutela dei minori e la cura della crisi familiare». La manifestazione, organizzata nella Giornata mondiale della poesia dell’Unesco è dedicata a Marco Tornar.

Ecco il programma della giornata nel dettaglio.

In mattinata. Al Mediamuseum, con inizio alle ore 9, gli studenti delle scuole primarie e secondarie, i docenti, e tutti coloro che hanno aderito all’iniziativa, facendo pervenire la scheda di adesione, leggeranno poesie, della lunghezza di massimo 20 versi, scritte da loro stessi o da grandi poeti, con un intermezzo musicale degli allievi del Conservatorio di Pescara, Manuela Francia (cantante) e Luca Flocco (chitarrista).

In quindici delle scuole che partecipano al progetto, con inizio alle ore 10.30, più di cento poeti incontreranno le scolaresche e leggeranno i loro testi, preceduti dalla lettura di un componimento di Marco Tornar.

Nel pomeriggio. Con inizio alle ore 16, tutti i poeti che partecipano alla Giornata mondiale della poesia, leggeranno i loro testi nell’auditorium del Mediamuseum. Le lettre saranno precedute dalla inaugurazione della mostra , curata da Massimo Pamio, intitolata “Poeti – Ritratti poetici controtempo”, con fotografie di poeti scattate da Ginevra Di Matteo.

«Perché una mostra fotografica sul “(ris)volto” dei poeti, sul loro volto esibito come una contropagina?», si chiede Massimo Pamio. «Per celebrare, in modo non retorico, un manipolo di uomini che, attraverso la parola, cerca di mantenere il contatto con un mondo non noto, non evidente, oppure invisibile, altrimenti con un mondo in procinto di disfarsi, o che ha fretta di finire. I poeti sono sempre gli ultimi – quelli che credono nell’isola della nostalgia, ma anche nella povertà delle minime cose e delle illusioni».

Il contributo per la beneficenza di tutti i partecipanti, sia nelle scuole che al Mediamuseum, sarà di due euro per i ragazzi e di cinque euro per gli adulti.

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‘Poeti – Ritratti poetici in controtempo’ dedicata alla memoria di Marco Tornar

Fonte: www.allnewsabruzzo.it

mediamuseum pescaraNell’ambito della manifestazione ‘La poesia ci salverà’ che si terrà sabato 21 marzo alle ore 16 presso il Mediamuseum di Pescara

PESCARA – Perché una mostra fotografica sul “(ris)volto” dei poeti, sul loro volto esibito come una contropagina? Per celebrare, in modo non retorico, un manipolo di uomini che, attraverso la parola, cerca di mantenere il contatto con un mondo non noto, non evidente, oppure invisibile, altrimenti con un mondo in procinto di disfarsi, o che ha fretta di finire. I poeti sono sempre gli ultimi – quelli che credono nell’isola della nostalgia, ma anche nella povertà delle minime cose e delle illusioni, da sempre considerate la parte inferiore – bassa – del sociale, degli interessi, ma anche sono quelli che credono nella “trasgressione”, nel corpo, nel male, nell’incubo, nella ribellione e in tutto ciò che la società tende a controllare, ad espellere, a gettare ai suoi margini; tuttavia i poeti sono anche coloro che annunciano quel che verrà, profeti spesso inascoltati. Profeti di tragedie incombenti (la guerra oppure una pace ipocrita o un benessere omologanti, la distruzione della natura e delle altre specie viventi), di un modo romantico o dandystico o bohémien di comportarsi, i poeti sono comunque sempre “contro” l’establishment, sono la coscienza inquieta della società, sono gli esaltatori di innovazioni folli o sconsiderate (le automobili o perfino la guerra se ritenuta purificatrice e rinnovatrice come per i futuristi, pronti allo scandalo, alla provocazione, a “épater les bourgeoises”) di un raffinato estetismo che va a rompere gli schemi (come in Wilde o in D’Annunzio) o a difendere i lati più oscuri della psiche (da Carroll a Poe, da Novalis a Hölderlin, da Céline a Celan) infine, martiri della verità, se, in definitva, ciò che distingue la poesia è la ricerca della verità – da un poeta ci si aspetta verità esemplari, la testimonianza più spregiudicata e sfacciata nei confronti di ogni tipo di deviazione del potere (Ken Saro Wiwa, Neruda, Lorca, Majakovskij, quanti i poeti uccisi per aver combattuto per la libertà!), ma anche e soprattutto la verità che appare ogni giorno nella nostra vita e che ci parla di un continuo manifestarsi nella quotidianità del miracolo; il “vero” poeta ci svela che perfino l’oggetto più insignificante e mai degnato di uno sguardo riserva sorprese e un’autenticità degna di essere conosciuta. I poeti sono maieuti, riescono a tirar fuori la verità nascosta nella nostra intimità e a farla palpitare e a renderla unica, irripetibile. Infine, sono gli inascoltati custodi di ciò che è essenziale nella nostra vita, la gioia, la spiritualità, l’amore, i poeti non sono “uomini di cultura” come spesso vengono categorizzati per spegnerne la portata dirompente di sognatori d’un mondo dove, non invasi da surrogati del vivere, si rinasce in ogni istante, per combaciare con gli altri, per irrompere negli altri, in una comunione vitalistica. I poeti abruzzesi meritano di essere celebrati; sono tra i più validi in Italia, anche se, a causa della sudditanza economica e culturale dell’Abruzzo (e del Meridione) nei confronti del Nord, di Milano soprattutto, la capitale del potere industriale editoriale, risultano poco conosciuti. Volti che parlano delle verità nascoste, emarginate, derelitte, ma che, fieri di essere, si annunciano una volta per sempre al mondo declamando la loro interiorità ancora integra, ancora non intaccata da nessun morbo della globalizzazione: i poeti abruzzesi sono volti disadorni, d’una disappartenenza al sociale che solo pochi altri possono vantare; i loro tratti tradiscono il segno di una fedeltà a loro stessi e a un’ideologia inconsistente che li fa quasi santi: testimone del sacro, il poeta abruzzese è la sua terra eremitica, un separato testimone di vastità desolate aperte sull’orizzonte, laddove è già il sacro, è già il compiersi d’ogni miracolo, dall’alba al tramonto, nell’alba e nel tramonto. La fotografa Ginevra Di Matteo ha interpretato con animo personale, ha letto, ha scavato in quei volti la loro vocazione e la loro autentica voce: un clamore sommesso, una timidezza esplosiva e una sfrontatezza curiosa che si annunciano, una risata interiore ma pronta, un verso cantato a boccuccia di rosa, gesticolato, riletto con un ghigno compiaciuto, un silenzio che si è appropriato di quel volto per sempre, una tristezza lancinante come un taglio, la posa di una esistenza tesa verso l’Est Immaginato, un groviglio da cui sorgere sdoppiato, animale e fantasma, uno sguardo di chi ha conosciuto a infinite distanze l’alterità, un essere restituiti all’oltre assorti, una mano che accarezza la propria vita e quella dei libri, un colorato destino d’arte, un primo piano dialogico, che chiarisce le complessità riducendole al sovrapporsi di tempi d’infanzia, di maturità e di altre estensioni, uno sguardo profondo che raccoglie in sé lo sguardo di mille altre esistenze e le tramanda proprio in quell’istante che concede all’osservazione del fotografo, cioè dello spettatore. L’osservazione è tutto, i ritratti sono il terreno dove la parte diabolica e quella divina che convivono in ogni poeta sono resi evidenti, risolti che siano, oppure confliggenti o ineffabilmente complicati. Ginevra ha studiato i volti, li ha guidati affinché rivelassero la loro interiore espressione, il loro segno indelebile, il loro marchiare la vita ed esserne ustionati, grazie a una precisa strategia, ad un affettuoso coinvolgimento psicologico e a un’implacabile artiglio tecnico è riuscita a indurre il poeta a concedersi, a scrivere insieme col fotografo la pagina del suo volto, a crearla ex novo. E’ la persona che “fa” la foto; il poeta stesso a trovare, di fronte a un lettore di volti, un’intuizione verbale, una particolare dimensione: la propria. Grazie a coloro che si sono prestati, Antonio Allegrini, Pina Allegrini, Marilia Bonincontro, Daniele Cavicchia, Rolando D’Alonzo, Pasquale Del Cimmuto, Tino Di Cicco, Grazia Di Lisio, Francesco Di Rocco, Ottaviano Giannangeli, Marcello Marciani, Dante Marianacci, Vito Moretti, Remo Rapino, Giuseppe Rosato, Benito Sablone, Anna Ventura, la poesia abruzzese ha espresso qualcosa in più del suo semplice evocare, ha creato, nei volti, le ultime maschere sacre della poesia. Ogni foto è accompagnata da una poesia scritta a mano e autografata, una evidente provocazione, in un tempo che ormai affida la scrittura al mezzo tecnico, sollevando le dita nodose e adunche dal loro compito di graffiare la pagina: domani chi benedirà con scrittura amanuense le lettere dell’alfabeto, chi compirà una frase disegnando il punto con rabbia o commozione? Sono così diversi tra loro i poeti, ammirate quanta bellezza è nella loro “calligrafia”… Nella mostra c’è una foto di Claudio Carella scattata a Marco Tornar (al secolo Enrico Ciancetta) che aveva aderito all’iniziativa ma che è improvvisamente venuto a mancare in questi giorni. Marco era non solo poeta ma anche scrittore di valore nazionale, studioso d’arte, appassionato testimone d’una generosità che si incarnava in una fase di rinnovata passione per la creaturalità. I personaggi dei suoi romanzi sono persone storicamente vissute, della cui esistenza Marco si era innamorato, vivendole a sua volta fino in fondo: Marco era stato Mabel Lodge Luhan, Enrico VII di Lussemburgo, Claire Clermont, e anche Kate Field, Vernon Lee, Francesca Alexander, Henry James di cui aveva tradotto le opere. In uno, era mille volti, in una, Marco era mille esistenze, o forse ne era la loro reincarnazione, fatto sta che la sua sensibilità vivissima, romantica e ottocentesca, lo rendono figura indimenticabile, uscita in modo inatteso dal quadro della vita, cogliendo ancora una volta di sorpresa tutti noi, rimasti qui, semplici spettatori di un’eternità che egli adesso coglie e non può che suggerirci, stavolta senza parole. Ginevra Di Matteo, psicologa, nata a Piano Vetrale nel Cilento, ha tenuto una mostra dal titolo “Namasté”, reportage sul Nepal. Massimo Pamio, poeta e saggista, è direttore del Museo della Lettera d’Amore, museo unico al mondo che è ospitato nel Palazzo Valignani di Torrevecchia Teatina. Nominato nel 2007 Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”, per meriti culturali. Studioso di letteratura moderna, ha pubblicato in volume numerose opere di saggistica e di poesia. Marco Tornar (Pescara, 1960-2015) aveva dato alle stampe le raccolte di poesia Segni naturali (Bastogi, Foggia 1983); La scelta (Jaca Book, Milano 1996); Sonetti d’amor sacro (Tabula Fati, 2014), le prose Rituali marginali (Bastogi, Foggia 1985), Errando di notte in luoghi solitari (Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme 2000); i romanzi Niente più che l’amore (Sperling & Kupfer, Milano 2004), Claire Clermont (Solfanelli, 2010), Nello specchio di Mabel (Tracce, 2011), Lo splendore dell’aquila nell’oro. L’Italia di Enrico Vii di Lussemburgo (Tabula Fati, 2014), il monologo drammatico Allegra per sempre (Tabula Fati, 2011). Aveva curato l’antologia di poesia italiana La furia di Pegaso (Archinto, Milano 1996) e tradotto opere di Francesca Alexander, Henry James, Vernon Lee, Kate Field in qualità di studioso appassionato degli scrittori romantici inglesi in Italia; esperto di arte aveva curato alcune monografie su pittori dimenticati tra i quali Friedrich Overbeck.

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