La scelta

tornar la scelta jaca bookJaca Book, 1996

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Una poesia difficile da definire, quella di Marco Tornar. Difficile perché sembra ora evocare ora mettere in gioco e in scena molte idee di poesia: la registrazione palpitante dello scorrere del tempo, l’evocazione di visite dal profondo alla luce del giorno, il trepidare del desiderio e la nostalgia di un presente subito e sempre immediatamente perduto. L’incrociarsi di immagini ed esperienze mentali, la realtà di un mondo esterno vividamente percepito e trasformato in visione a mente fredda, definiscono un mondo poetico ricco e intrecciato.
Nel suo procedere il canzoniere si evolve dall’iniziale anelito a un lirismo assoluto, verso una narratività drammatica che ne amplia e intensifica la gittata. Il trentaseienne Marco Tornar, mentre estende il campo d’osservazione e consolida il dettato, resta però sempre legato a un entusiasmo sanamente giovanile per la poesia, intesa come addizione di vita e strumento di riscatto: ” … la voce rotta / di chi scende in una frase per esistere”. R. Mussapi

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Nel sapore del vento di Franco Loi

«Abbiamo cercato i frammenti, Marco… le strade / che parlano per sapere di meno…abbiamo passeggiato per esistere…» scrive Marco Tornar, e io penso al passeggiare di Rousseau, a Goethe, al (riandare) di Kierkegaard. Sì, camminiamo, sostiamo, riprendiamo il cammino. Verso qualcosa, in attesa di qualcosa: «Cercando un tempo in un giorno illimitato». Mi piace questo poeta, mi piace questo lasciarsi percorrere dal pensiero senza cessare di ascoltare e di camminare, mi piacciono questi improvvisi soprassalti che squarciano richiami e nuovi significati nella sequenza piana delle piccole cose di ogni giorno: «La scrittura del mare è il salto / più veloce di tutti i pensieri. E lì / che a braccia aperte, fuori strada / come numeri e una leggenda / allucinata / un guardiano incosciente ci chiama / mostrando il peso / di una rima o l’equilibrio che hanno / le donne assorte». Importante è anche il titolo di questo piccolo libro di poesia: La scelta. Sì, si sceglie. Si cammina e si sceglie in ogni momento, tra ogni cosa, nel venire e sparire degli uomini, nel gioco dei desideri, nella stessa pesante cecità delle scelte. «La ruota è invisibile / ma il pomeriggio accettava ugualmente / di restare per strada… [...] / In ginocchio / ci sporcò una luce, la stessa luce che non trattengo mai…»: la tensione di questo poeta cerca il senso del scegliere in ogni istante per poter cogliere nello “sporco”, nell‘illusione delle azioni e delle cose, quella «intrattenibile luce». La modernità ha due percorsi: quello della rinascita e quello dell’abiura. L’abiura riguarda la filosofia, la poesia, le arti, il rapporto con noi stessi e l’infinito; la rinascita, sprezzando le eredità accademiche, sollecita il riemergere delle coscienze e il confronto diretto con la realtà. Marco Tornar appartiene a questa rinascenza. Fa bene Roberto Mussapi a segualarne la «narratività» e la «drammaticità». C’è un narrare che proviene dall’esperienza, e una drammaticità che viene dall’attesa, aspettativa dell’ignoto, degli eventi, del rivelarsi dcl tempo. «Vicino al parco udimmo la pioggia / bisbigliare pomeriggi da ragazzi [...] / La luna stregava ogni cosa. Anche i suoi occhi / sembrava stessero fissando / un punto inaudito tra le piante. Dai capelli bagnati / una goccia le solco il viso, illuminandosi»: nella narrazione due momenti sembrano aprire orizzonti e spessori di una realtà metafisica: gli occhi che fissano «il punto inaudito tra le piante» e la «goccia che solca il viso, illuminandosi». Giacché la realtà intera non è solo corporale, ma posta nella contraddizione, come diceva Einstein, «tra macro e microcosmo», tra la palpabilità dei sensi e inaccessibilità del sentire, la gravità dei corpi e la levità delle anime.
«Adesso a Lucca, certamente. / una donna esce da un portone / guarda ferita dentro un‘aria celeste / che le copre il cuore. Lei ha / misteri anonimi / una raffica d’attimi / che diventano marmo, materia, / attesa / per ogni parola che noi cerchiamo»: un disegno che percorre i segni dell’esperienza e ci raggiunge con una pienezza senza confini. Aggiungo che Marco Tomar è nato a Pescara nel 1960, e non è al suo primo libro. Ricordo le poesie di Segni naturali, Bastogi ’83, il romanzo breve Rituali marginali, Bastogi ’85, e che nel ’96 ha curato per Archinto l’antologia poetica La furia di Pegaso. Ma voglio concludere con i suoi versi che riaprono, appunto, al camminare e a rinnovate visioni: «Ci fermeremo nella pianura del vento / dove le immagini in cui ti specchi / faranno più grandi gli anni».

Pubblicato in Il Sole 24ore del luglio 1998

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