Rituali marginali

rituali marginali marco tornar ed. bastogiEdizioni Bastogi, 1985

PREFAZIONE  di Renato Minore

Marco Tornar costruisce con scansione quasi geometrica i cubi entro cui si sposta la sua storia nell’attesa di una risposta (che non ci sarà perché essa si muove sui greti di percorso psichico che non può conoscere la causalità degli eventi così come ce l’ha insegnata la tradizione naturalistica del racconto), di una soluzione, che ci sarà in parte, con sorpresa finale, che rende « Rituali marginali » di lettura stringente, come se raccontasse il giallo di un’anima e non, leopardianamente, la sto-ria di un’anima.

Nei cubi i gesti si ripetono all’infinito, con pochi spostamenti. Il tempo è una dimensione sospesa, indefinita: non è, né può fingersi rettilineo, anche perché Tornar non ama la simulazione, la sua giovanile identificazione in un genere lo porta a sposarne tutte le cause. Procede al contrario a zig-zag, mescolando ciò che sta dentro (la gabbia indistricabile dei ricordi, il nucleo rimosso su cui poggia l’indicibile della storia) e ciò che .può porsi davanti: come ipotesi, salvezza, racconto.

Un uomo cerca suo padre, la situazione archetipa è lampante fin dall’esordio: ma suo padre (forse) è morto. Forse è desiderato morto. Ma il desiderio è realtà, l’attesa di quella morte si ripete, si spappola. La madre-infermiera ripete le sue giaculatorie rassicuranti, informa e consola, ed è l’immagine di una colpa su cui batte, impotente, il desiderio. Nella fermezza allucinatoria di ciò che si percepisce attraverso l’occhio («non riesco a ricordare nulla anche perché la visione del salone che mi è davanti occupa totalmente la mia mente», dice l’uomo appena entra nella trappola onirica della sua casa d’infanzia) c’è una falla ben evidente: siamo nel regno polimorfico della duplicazione, l’uomo è anche un bambino, Franziska la madre può anche essere amante, il padre morto è vivo più che mai, la vita si replica nel libro che si vuole scrivere e Dario nel gemello Joachim che scrive. Marco Tornar padroneggia assai bene una matassa tanto letteraria da diventare sospetta. Sa che in questa Marienbad della psiche i fili corrono e si aggrovigliano, ma tutto rinvia ad un’ipotesi dell’io assai intrigante in cui l’immagine riflessa è distorta e indecifrabile, frantumata nei suoi tanti frammenti che sembrano ognuno a sé stante, ognuno dentro una sua corsia immaginaria. Ma accade un pç come per l’anamorfosi splendidamente descritta da Baltrusaitis: quelle immagini viste da un certo punto dello spazio o riflesse con accorgimenti vari, si ricompongono, si rettificano, infine svelano figure a prima vista non percettibili. Non percettibile, se non al termine del viaggio, la figura stessa del suo autore che non gioca al risparmio secondo le sue inclinazioni già apprezzate (lo conoscevamo come poeta denso e problematico) e si annunzia con questo racconto lungo, sagace e insieme ammaliato da una tensione di conoscenza, come raramente capita.

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