Sigrid Undset, Vita di Sant’Halvard (ed. Solfanelli), presentazione di Marco Tornar

by Marco Tornar

sigrid undset vita di sant'halvard solfanelli editore presentazione di marco tornar
Sigrid Undset, Vita di Sant’Halvard, traduzione e introduzione di Alda Manghi, presentazione di Marco Tornar, 2013, Edizioni Solfanelli

«Sigrid Undset si compiace — affermò il critico Winsnes nel ’49 — di battagliare per quelle cause che la massa dei superintelligenti suole chiamare cause perse oppure lotte senza speranza contro l’evoluzione e contro il processo storico.»
Oggi in Italia si dovrebbe prestare immensa attenzione all’opera dell’autrice norvegese. Non soltanto a Kristin figlia di Lavrans, il capolavoro che le comportò l’assegnazione del Nobel nel 1928. Contemporaneamente al successivo Olav Audunsson — seconda pala narrativa del grande dittico undsetiano sul medioevo scandinavo — pubblicò la Vita di sant’Halyard, nel 1925 vero annus mirabilis per la scrittrice da poco convertitasi al cattolicesimo. Quell’anno la Undset scese per la terza volta in Italia, con sua madre e suo figlio Anders. E non allo scopo di farsi permeare dal fascino di Roma, già esperito da ragazza, trasfuso nel romanzo Jenny del 1911. Nel 1925 la quarantatreenne scrittrice venne a inginocchiarsi a Montecassino.
Talmente prodigiosi il suo stile e la tecnica letteraria che arrivò, con Sant’Halvard, a rivitalizzare l’agiografia — genere altrimenti impensabile nella modernità: quelli furono anche i deformanti anni di James Joyce e Virginia Woolf. Tanto delineato realisticamente, umano, il giovane Halvard Vebjornsson, quanto incredibilmente reale, nello svolgersi della trama, la presenza divina. Un alone bagna la pagina, circonda le parole, acuisce l’irruenza di scene assestate con la maestria di chi — come appunto Sigrid bambina — fu iniziata dal padre, l’illustre archeologo Ingvald Undset, allo studio del norreno e delle rune. E il 1925 è anche l’anno in cui Kristiania riprese il nome di Oslo – città nel cui stemma il santo protettore Halvard è rappresentato coi simboli del martirio, e accanto una donna nuda.
«Se ci spogliamo di quella buccia di concetti e pensieri che sono peculiari dell’età nostra,» asserì nel 1940 in un’intervista, «ci troveremo di colpo nel Medioevo.»
A ragione Lodovica Koch, grande esegeta di letterature nordiche, considerò come alla Undset «il senso dell’uomo apparisse spiritualmente uguale attraverso i secoli.»
Davvero una causa persa, una lotta senza speranza, questa visione, per chi tutt’oggi — a più di mezzo secolo dalla scomparsa della scrittrice — osa porre seriamente in dubbio, perlomeno rispetto all’arte e alla letteratura — i sopravvalutati miti del progresso e del laicismo? E cosa potrebbe risultar più d’aiuto alla cultura contemporanea, ammesso ce ne sia una: l’Ulysses e la woolfiana Jacob’s Room o questo racconto su sant’Halvard, gemma di pura potenza plastica della scrittura, e insieme fulcro propulsivo della straordinaria epopea vichinga cantata dalla scrittrice norvegese?
Al santo protettore di Oslo la Undset dedicò un altro testo: il saggio Saint Hallvard apparso nella mirabile raccolta Saga of Saints, pubblicata a Londra nel 1935, in Norvegia due anni dopo col titolo Norske Helgener.
«Una frammentaria storia di Halvard in lingua norvegese — è il finale tradotto dall’edizione inglese – racconta che il corpo di Halvard fu ricercato nel fiordo con dei rami di salice. E la gente disse che questi stessi rami di salice in seguito fiorirono a lungo. Il giorno della festa di sant’Halvard è in primavera, quando i cespugli di salice sono gialli, con amenti lungo gli argini dei corsi d’acqua ingrossati da fredda acqua di neve. Ci rammentano il ragazzo biondo che prese in parola Nostro Signore, e per conseguenza fu spedito al fondo del fiordo con una macina di mulino attorno al collo, per difendere dal male uno dei più piccoli bambini di Lui.»
Nel 1947 Knut Hagber inserì proprio questa leggenda come contributo undsetiano alla sua antologia Il pensiero cristiano da Agostino a T. S. Eliot benché l’autrice di Kristin avesse dedicato ad altri santi notevolissimi scritti: a sant’Olav, a santa Sunniva – alla stessa nostra meravigliosa Angela Merici, in un libro polemicamente sottotitolato Una femminista santa. «Il culto dei Santi esclude in modo assoluto l’aspirazione al successo individuale, cioè al benessere temporale e laico,» – affermò in Essi cercavano i vecchi sentieri colei che — come notò ancora Winsnes fu l’unica dopo Snorri Sturluson a rappresentare il medioevo norvegese con altrettanta verità e potenza. E la prima scrittrice a capire e combattere – aggiungiamo noi – la terribile piaga infettante ancor’oggi l’Europa: la sfrontatezza dell’io innanzi a Dio.

  • Facebook
  • Twitter
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS
  • Print