Vittorio Sgarbi di Marco Tornar

by Marco Tornar

Ho incontrato Vittorio Sgarbi al termine di un itinerario che ha portato il critico, nell’arco della stessa giornata, a Pescara, a Pescina, a San Benedetto dei Marsi, a Trasacco, infine ad Avezzano. Ho cercato di evitare domande scontate, del tipo: “Qual è per Lei l’immagine più importante dell’Abruzzo ?”. Sgarbi avrebbe potuto rispondermi: “Quella di Sabrina Colle, la mia fidanzata che è nata ad Avezzano”, e l’avrei capito. Inoltre di Notte e giorno d’intorno girando. . . è scritto a chiare lettere:
“La regione certo più misteriosa e meno battuta dal turismo colto, anche se ricca di importantissime testimonianze d’architettura e d’arte, è l’Abruzzo (…) tutto l’Abruzzo richiede una visita capillare”. Ma soprattutto avevo ascoltato i discorsi tenuti da Sgarbi in ognuno dei centri abruzzesi, davanti ad un pubblico intervenuto in massa per ascoltarlo.
Sgarbi è venuto in Abruzzo per un preciso progetto politico.
Ma attenzione. Forse gli schieramenti potrebbero attenuarsi per un momento quando per “politico” s’intende la restituzione di una centralità allo spazio della cultura. E’ innegabile infatti che tutta la politica, in Italia abbia perso la cultura. Entrambi i mondi sono separati. E a rimetterci sono i monumenti, le opere d’arte che a Trasacco come a Roma, a Spoleto come in innumerevoli centri della penisola costituiscono la vera forza dell’identità nazionale, specie con l’entrata in Europa. “Voi abruzzesi – ha detto Sgarbi a Pescina – per una certa marginalità della regione vi siete salvati da quegli scempi che sono stati commessi in Umbria e nelle Marche, ma questo non è certo una grande consolazione”.
La casa-museo e la loggia del Cardinale Mazarino, la tomba di Ignazio Silone a Pescina, la chiesa dei Santi Rufino e Cesidio e la torre del castello a Trasacco: questi luoghi sono stati visitati e risvegliati da una folgorante passione che non conosce soste anche perché “l’Italia è senza fine, come è senza fine il desiderio”. Così è venuta la sera, la notte, e la voce di Sgarbi sembrava in sintonia con un luogo lontano, un punto indecifrabile nel tempo.

Lei ha scritto: ” Per essere, il pensiero dev’essere eretico; così come l’unico modo per dire è trasgredire”. Perché la sua eresia e la sua trasgressione assumono sempre più il significato di una forte, urgente indicazione sul piano della civiltà, oltre che della cultura?
“Sono per una selezione, per un maggior rigore nella scelta di chi amministra. Bisogna esprimere un’esigenza più forte di qualità. Abbiamo per esempio dei modelli positivi, nell’ambito della giustizia, rispetto ad altri modelli negativi. La stessa cosa vale per le amministrazioni delle città. Ci sono figure che non vanno al potere per una prevalenza politica dei partiti, ma in nome delle loro capacità. è il caso del Sindaco di Longiano, del Sindaco di Milano, di Guazzaloca…”

Quindi l’intelligenza e la creatività hanno un ruolo fondamentale…
“Noi abbiamo proprio nella fantasia, nel genio italiano, dei valori irraggiungibili. La capacità di resistere in Europa è soltanto in questo: nella cultura, nell’estro, nell’infinita varietà della bellezza. E’ una scommessa che và vinta non attraverso i falsi miti dell’occupazione, della grande industria, ma attraverso la valorizzazione del talento italiano, delle imprese individuali, di piccoli gruppi. La scommessa si può vincere… ormai è un po’ tardi, ma ciò che resta dell’Italia… è ancora sufficiente a rendere bella e necessaria la battaglia, a farla. Nonostante che sia sempre più inquietante”.

Dopo Pasolini lei è l’unico intellettuale italiano che riesca a portare un furore. C’è una viltà nella letteratura italiana di oggi?
“Gli intellettuali hanno svolto tutto nella dimensione privata snobbando la dimensione politica, a danno soprattutto della civiltà. Magari a vantaggio della loro salvaguardia. Molti avrebbero potuto dare dei contributi molto più forti sul tema dei diritti civili”.

Eppure la letteratura italiana è fatta in prevalenza da eretici…
“Certamente. Ci sono intellettuali, compreso Ignazio Silone, che non hanno dissociato la loro ricerca letteraria e creativa e l’azione politica. Sono figure con la loro nobiltà, non ultimo Benedetto Croce. Il problema è risarcire i rapporti tra politica e cultura. Non immaginare che siano due mondi separati. Se tu sottrai i chierici alla politica, lasci la nazione in mano ai barbari. Questa è la condizione in cui siamo vissuti per tanti anni. Occorre quanto meno tentare di farsi sentire. Invece se uno vuol vivere riparato… vivere riparati è stata una forma di disprezzo della politica, che oggi si paga.

Nella Sua opera c’è un aspetto “notturno”, forse un po’ nascosto, legato alla malinconia, alla morte. Ne possiamo parlare?
“La vitalità è una risposta alla paura, alla presenza della morte. Chi è tranquillo, non fa niente, convive serenamente col pensiero della morte. Chi invece fa molto, nel caso di Pasolini, che è anche il caso mio, cerca di correre più veloce della morte, di rimuoverla. Probabilmente io faccio questo, non ho nessun merito. Perché soprattutto sul piano dei diritti civili, io ho cercato di prendere la posizione dell’uomo solo, kafkianamente, al centro di una congiura. Una congiura che naturalmente non è sempre vera, e che comporta il rischio di deprimere la giustizia. Ma deprimere la giustizia all’ingrosso, pretendendo che la giustizia abbia quella capacità di cogliere, di comprendere la natura degli uomini, la loro dimensione spirituale”.

Col prossimo Millennio l’Arte potrà allontanarsi in qualche modo dal mercato, tornando ad esprimere valori non conformisti?
“Una delle tante espressioni dell’Arte Contemporanea è la sfida al mercato, che poi è diventata una forma di accondiscendenza, attraverso il fatto che uno può fare qualunque cosa e il mercato lo accoglie, per una specie di paternalismo. Il nuovo Millennio dovrà esprimere nuove sensibilità, l’inizio del Millennio sarà sicuramente una serie di fuochi d’artificio, di colpi di scena di cose di cui oggi abbiamo soltanto l’impressione e l’annuncio”.

In relazione al Suo progetto politico-culturale quali sono i valori a cui l’Abruzzo deve guardare con maggiore attenzione?
“L’Abruzzo non è riconosciuto come un luogo di bellezza quasi incommensurabile. Non ha subito un processo di massificazione turistica, come è accaduto in Umbria, né la violenza che si è abbattuta sulla Campania, sulla Calabria, sul Molise. Chi va da Campobasso a Pescocostanzo avverte immediatamente il passaggio tra le regioni, anche attraverso le scelte estetiche delle soprintendenze: un gusto plebeo nel Molise contro un’attenzione, inaugurata dal Moretti col recupero del romanico, che dà il senso del linguaggio unitario dell’Abruzzo medioevale. Però tutto – dal medioevo al Rinascimento, dagli affreschi di Bominaco a Silvestro dell’Aquila, a Cola dell’Amatrice, ad Andrea Delitio – è assolutamente al di sotto della mediocre conoscenza che si ha delle altre regioni, senza essere al di sotto per qualità e per merito. D’altra parte, poiché d’ora in avanti si dovrà alzare il livello dell’ offerta turistica, rendendola più elitaria per evitare il turismo di massa, l’Abruzzo è ancora in tempo per impedire il disastro, i restauri sbagliati. Quel restauro nella piazza di Atri, ad esempio, è la prova della mentalità idiota di voler esportare un modello in modo americano, consumistico. E’ intollerabile l’idea di non capire il senso e il sentimento dei luoghi. Atri è una città che non ha nulla da invidiare a Todi o Gubbio; San Pio delle Camere, Castelvecchio Subequo, sono luoghi bellissimi. . . Arrivai in Abruzzo per la prima volta nel’70. Andai in un posto strano, si raggiungeva solo a piedi. Vidi la chiesa di S. Maria in Valle Porclaneta. Dentro c’è un’iconostasi in legno: è qualcosa di straordinario, unico al mondo. . .”

Però nella contemporaneità si è perso il senso del passato, della nostalgia. . .
“Il Novecento è stato traumatizzato dall’olocausto, dalla seconda guerra mondiale. Tutte le epoche sono state caratterizzate dallo studio dell’antico: il Rinascimento, il Neoclassicismo. . . Questo secolo ha voluto guardare unicamente alla novità perché lo sterminio degli ebrei è stato una tabula rasa per ricominciare da zero. In questo senso è un secolo disgraziato, con le ideologie che hanno portato solo morti. I regimi e il sangue. Perché?. . . L’America ha dimostrato che si può far convivere il potere con la democrazia”.

Lei ha scritto che ci sono città sprovviste di notte, come Firenze, ed altre che ne hanno di bellissime. C’è una notte abruzzese che l’ha interessata?
“No. L’Abruzzo è senza notte”.

Tratto Da Vario, Abruzzo in rivista,  dic 1999-gen 2000

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